Lo scudetto dell’Inter che non doveva vincere: dalla crisi all’inchiesta fino al dominio | Il film del trionfo
Lo scudetto dell’Inter nasce nel momento più sbagliato. In una sconfitta senza appello, sotto i colpi della Fluminense, mentre tutto intorno sembra sul punto di crollare. È lì che Lautaro Martinez alza la voce e rompe gli equilibri: “Chi vuole restare resti, gli altri vadano via“. Non è solo uno sfogo, è una linea. E a distanza di mesi diventa il punto di partenza di una stagione che cambierà direzione. Quell’Inter, uscita malconcia dal Mondiale per club e segnata dalla fine del ciclo di Simone Inzaghi, sembrava tutto fuorché una squadra pronta a vincere. Cristian Chivu era una scommessa, la rosa appariva logorata, il clima fragile. E invece, proprio in quel momento, tra tensioni e dubbi, iniziano a posarsi i primi mattoncini: il confronto interno voluto dall’allenatore, la scelta di tenere un gruppo unito, la conferma di giovani come Pio Esposito. Non è ancora la squadra dominante che conquisterà il titolo. È, piuttosto, una squadra che prova a rimettersi in piedi. Ma è esattamente da lì che comincia il film dello scudetto.
Per tutta l’estate, l’Inter non era favorita né per i bookmakers né per gli espertoni, che mettevano in pole position per lo scudetto il Napoli di Antonio Conte, campione in carica e rinforzato da un mercato faraonico. Le prime prestazioni in campionato, le due sconfitte contro Udinese e Juventus a cavallo della prima pausa Nazionali, avevano trasformato le perplessità in grandi incognite. E l’esonero di Chivu era già diventata un’opzione plausibile. L’Inter camminava sul filo, sospesa tra il baratro e la rinascita. Dopo qualche segnale positivo, le sconfitte contro il Napoli a ottobre e nel derby col Milan a novembre sembravano altre due picconate micidiali a un gruppo instabile.
Invece da quel momento i nerazzurri di Chivu hanno iniziato a macinare gol e vittorie, arrivando pian piano ma inesorabilmente a prendere il comando della Serie A. È anche il momento in cui l’Inter ha mostrato la migliore versione del suo gioco, aggiungendo verticalità alle vecchie trame consolidate. Non è stata solo una modifica tattica, ma una scelta identitaria. L’Inter ha accettato di perdere qualcosa in controllo per guadagnare imprevedibilità, aumentando il volume offensivo. I gol di Lautaro e gli assist di Dimarco hanno fatto il resto, coprendo persino le lacune negli scontri diretti. Proprio il rientro del capitano e di Calhanoglu, dopo gli stop per infortuni, hanno scacciato gli ultimi fantasmi. E così l’Inter di Chivu che aveva cominciato fra lo scetticismo ha finito per dominare la Serie A. Fuori dal campo imperversano le trame sul futuro del calcio italiano, tra le elezioni Figc e l’inchiesta sugli arbitri. Il campo invece premia la squadra che ha saputo giocare meglio e segnare di più, fino a cucirsi al petto il 21esimo scudetto della sua storia.
L’incipit: il Mondiale per club

Una sconfitta amara contro la Fluminense, un 2-0 senza storia, un’Inter spenta. Si è conclusa così la stagione 2025/26 dei nerazzurri, che esattamente un mese dopo il 5-0 in finale di Champions League contro il Psg, hanno salutato il Mondiale per Club. Lautaro sbotta senza far nomi, Marotta avalla le sue parole, Calhanoglu risponde sui social. In mezzo c’è Cristian Chivu, che con le sue 14 partite in Serie A non sembra certo in quel momento l’uomo più indicato a rimettere ordine dopo l’addio di Inzaghi. L’Inter dall’esterno pare allo sbando. In realtà il mese di giugno ha lasciato altri segnali positivi: Pio Esposito in primis, ma anche l’autorevolezza di Lautaro Martinez e la capacità di gestire situazioni complicate dell’allenatore rumeno. Che, prima di far partire tutti per le vacanze, riunisce la squadra in hotel per un chiarimento.
Il mercato: i rinforzi non arrivano

Dopo gli zero titoli e le tensioni emerse negli Usa, il parere è unanime: l’Inter ha bisogno di un repulisti, anche per svecchiare una rosa con un’età media sui 29 anni. Si parla della cessione di Calhanoglu, di Dumfries e altri big. Alla fine non parte nessuno. Arrivano subito Petar Sucic (accordo già chiuso a stagione in corso), Bonny e Luis Henrique. Chivu chiede un giocatore rapido, con il dribbling come punto di forza, più un mediano fisico e di gamba. I rinforzi individuati sono Ademola Lookman e Manu Koné. Non arriva nessuno dei due: l’Atalanta fa muro e l’Inter non alza la proposta. La Roma dichiara Koné incedibile. Il mercato si chiude con l’arrivo di Andy Diouf tra lo scetticismo generale.
I dubbi e l’esordio con vittoria

Tra luglio e agosto cresce il malcontento. I tifosi si aspettano colpi mai arrivati, le prestazioni nelle amichevoli estive non convincono nonostante le tre vittorie e l’Inter fa l’esordio a San Siro contro il Torino tra lo scetticismo generale. I nerazzurri giocano una partita perfetta: 5-0 il risultato finale. In gol Bastoni, Lautaro Martinez, Thuram (doppietta) e Bonny da subentrato. La squadra di Chivu macina gioco, produce occasioni, si diverte e chiude con la porta inviolata.
Le prime sconfitte e le voci di esonero

La goleada lascia presto spazio ai mugugni. A distanza di sei giorni – il 31 agosto, a poco meno di 24 ore dalla chiusura del mercato estivo – arriva la prima sconfitta: basta un’Udinese cinica, solida e letale nelle ripartenze per far crollare l’Inter. 1-2 a San Siro, che accenna qualche fischio. Chivu mette tutti sull’attenti: “Siamo leziosi. Basta specchiarsi, bisogna giocare verticale. Ma anni di abitudini non si cancellano in una settimana”. Segnali non recepiti (o quasi). Al rientro dalla sosta per le Nazionali, l’Inter perde 4-3 in casa della Juventus. Due sconfitte che fanno emergere i primi problemi: Sommer e i big match. Iniziano a esserci le prime voci di esonero: Chivu è sotto pressione.
Il problema big match: la sconfitta nel derby

Da lì Chivu e i calciatori effettivamente danno più di qualche risposta: 11 vittorie nelle 13 partite successive tra campionato e Champions. Gli unici due passi falsi, però, sono le sconfitte contro il Napoli per 3-1 al “Maradona” e lo 0-1 nel derby contro il Milan. Nei tre big match (considerando anche la Juve) ha ottenuto zero punti. Sui nerazzurri aleggia una grande incognita: può vincere lo scudetto una squadra che fa una fatica tremenda negli scontri diretti? È il 23 novembre e l’Inter è quarta in classifica, anche se a tre punti dalla vetta, ma con ben 13 gol subiti e già 4 sconfitte. Sembrano troppe per chi vuole vincere la Serie A.
Lautaro Martinez trascinatore

Tra i problemi dell’Inter, tutti indicano anche il suo capitano: 4 gol nelle prime 11 giornate. Pochi per chi negli ultimi quattro anni ha superato quota 20 in tre campionati. Oggi sembra assurdo, ma nella prima parte di campionato anche Lautaro Martinez è stato duramente criticato. La svolta arriva esattamente alla tredicesima giornata, quella dopo il derby. L’Inter arriva a Pisa e non può più sbagliare: finisce 0-2 con doppietta di Lautaro (la prima). E da lì il capitano nerazzurro non si ferma più: segna per cinque sfide consecutive da titolare, con 6 reti in 6 partite (compreso il Pisa). Alla diciottesima giornata l’Inter è prima da sola, a 42 punti, davanti al Milan fermo a 41. Il capitano si è preso la squadra sulle spalle e l’ha trascinata fino in vetta.
La delusione in Supercoppa

In mezzo a un lungo filotto di vittorie consecutive in campionato c’è però anche la delusione in Supercoppa. Prima di Natale infatti Inter, Milan, Napoli e Bologna si affrontano in Arabia Saudita, con l’Inter alla ricerca del primo trofeo stagionale. La squadra di Chivu viene eliminata in semifinale ai calci di rigore dal Bologna di Vincenzo Italiano. L’Inter va in vantaggio con Thuram, ma Orsolini pareggia su calcio di rigore. Dal dischetto poi sbagliano Bastoni, Barella e Bonny. Inter eliminata, Napoli campione in finale proprio contro il Bologna. La squadra di Conte vince il primo (poi sarà l’unico) trofeo stagionale.
Il filotto di vittorie

Come era già successo per il derby, però, la Supercoppa non lascia strascichi. Chivu dimostra ancora una volta di saper tenere alto il morale e la convinzione del suo gruppo. L’Inter in campionato macina gol e vittorie, mostrando anche un gioco finalmente bello e tremendamente efficace. Al netto del pareggio contro il Napoli (vedere ancora alla voce big match), i nerazzurri vincono tutte le partite. Il filotto è impressionante: dal derby del 23 novembre al derby dell’8 marzo, arrivano 14 vittorie e un pareggio in 15 partite. Se fatica negli scontri diretti, contro le “piccole” l’Inter è una schiacciasassi. Ed è con queste vittorie, tra gennaio e febbraio, che scava il solco definitivo rispetto alle rivali: dal +1 di Capodanno, l’Inter finisce febbraio con 10 punti di vantaggio sul Milan secondo, avendo segnato nel frattempo 21 gol in più dei rossoneri.
Inter-Juve, le polemiche

Nel scintillante cammino nerazzurro all’inizio del 2026 ci sono due macchie. La prima si consuma tutta al 42esimo minuto di Inter-Juventus, nella serata di San Valentino. Bastoni viene sfiorato da Kalulu e stramazza al suolo: il difensore bianconero si becca il rosso per somma di ammonizione, mentre l’interista esulta. Quella simulazione e quella reazione diventeranno una condanna per Bastoni. Il giudizio popolare non perdona all’Inter e al suo difensore quell’episodio, soprattutto perché arriverà una vittoria in extremis per 3 a 2. L’Inter riuscirà a ripartire, la stagione di Bastoni invece di fatto è finita con questa partita.
La figuraccia con il Bodo

L’altra macchia della stagione nerazzurra arriva dalla Champions League, unico vero tallone d’Achille del primo anno di Chivu. L’Inter fallisce l’approdo tra le prime otto e ai play-off trova i norvegesi del Bodo–Glimt. La sconfitta per 3 a 1 all’andata sembra solo un brutto scherzo dovuto al freddo artico e al sintetico. Il ritorno a San Siro invece coincide con la partita più brutta della stagione. L’Inter non appare mai feroce, si fa trascinare nell’incubo: finisce 1 a 2, doppia sconfitta ed eliminazione. Una figuraccia. Cosa sarebbe successo in campionato se l’Inter fosse andata avanti in Champions è una risposta che resta confinata nell’ambito degli universi paralleli. Questa volta però, la delusione europea fa emergere qualche scricchiolio anche nella lotta scudetto.
L’altro derby perso: la grande paura

Dopo il Bodo, l’Inter batte il Genoa e supera indenne (0-0) l’andata di Coppa contro il Como. Domenica 8 marzo a San Siro è il giorno del derby: i nerazzurri possono ammazzare il campionato e volare a +13. Invece, nel momento decisivo, tremano ancora. L’assenza di Lautaro, capitano, goleador e trascinatore, fa emergere le fragilità di un gruppo che ancora non ha smaltito le tossine delle delusione passate. Il Milan di Allegri ne approfitta, con il solito 1 a 0, per riportarsi a -7. Alla Pinetina torna la paura: l’Inter pareggia prima con l’Atalanta e poi con la Fiorentina. In entrambi i casi dopo essere andata in vantaggio. In entrambi i casi con polemiche arbitrali. In entrambi i casi dopo aver giocato malissimo. Marzo si chiude senza vittorie e con la pausa per le Nazionali che diventa una panacea.
Il sigillo sullo scudetto

Nel corso di questo campionato si è parlato tanto degli infortuni del Napoli. Eppure anche l’Inter ha perso per lunghi periodi gran parte dei suoi giocatori chiave. A inizio stagione Thuram è stato fuori un mese. Mkhitaryan a sua volta è stato fermo un mese. Idem per Bonny. Anche Bisseck è stato fuori 20 giorni. E poi ci sono i tre cardini. Denzel Dumfries è stato fuori quasi quattro mesi. Hakan Calhanoglu ha avuto cinque infortuni muscolari. Di Lautaro Martinez si è già detto. Il loro rientro contro la Roma coincide non a caso con il sigillo sullo scudetto: al ritorno in campo, il capitano ci mette un minuto per segnare. Mentre il turco con una bordata da 40 metri firma il gol decisivo del 2 a 1 prima dell’intervallo. Poi comincia la festa, fino al 5 a 2 finale. Sette giorni dopo, un ritrovato Thuram e soprattutto la doppietta di Dumfries ribaltano il Como. L’Inter, che aveva visto il Milan tornare a -6 e il Napoli a -7, può definitivamente respirare.
Dimarco re degli assist

Nel gioco spumeggiante dell’Inter che domina la Serie A c’è molto anche del piede sinistro di Federico Dimarco. Emblematica la partita contro il Pisa, anticipo della 22esima giornata di campionato, dove i nerazzurri vanno sotto 2 a 0 e al 34esimo Chivu decide già di inserire il mancino numero 32. Dimarco cambia la partita: gol e assist, la specialità della casa. Arriveranno altre due marcature e altri tre assist nelle successive 5 partite. Dopo una flessione, i suoi cross da sinistra mettono la firma definitiva sullo scudetto: contro il Torino, domenica 26 aprile, Dimarco confeziona ufficialmente il 17esimo assist, un record assoluto in una stagione di Serie A.
L’inchiesta sugli arbitri

Mentre l’Inter pareggia a Torino e la festa scudetto viene rimandata di una settimana, tutta l’attenzione del calcio italiano si concentra sulle notizie che arrivano dalla Procura di Milano: è in corso un’inchiesta sul mondo arbitrale e al centro c’è Gianluca Rocchi, accusato anche di designazioni di “arbitri graditi” all’Inter nel finale della stagione 2024/25. Si allunga subito l’ombra di una nuova Calciopoli, perfino l’ipotesi di una penalizzazione. Tutto, per ora, ridimensionato dalle notizie emerse successivamente: nessun dirigente e nessun club risulta indagato, l’inchiesta riguarda solo il perimetro degli arbitri e così anche l’episodio del presunto vertice a San Siro per “combinare e schermare” le designazioni. Inoltre, non viene contestato nessun episodio relativo alla stagione in corso. Insomma: quasi nessuna certezza e tante domande, che potranno essere chiarite solo quando verranno depositati tutti gli atti.
Il trionfo finale

Oltre le polemiche e le accuse, resta il campo. E il campo racconta una storia chiara: l’Inter è stata la squadra più forte del campionato. Non perfetta, non imbattibile, ma superiore. Il dato più evidente è quello offensivo: 82 gol segnati, oltre 20 in più rispetto al secondo miglior attacco. La differenza reti recita +51, ovvero quasi quanto i gol segnati da Napoli (52) e Milan (48), le due dirette inseguitrici. Il vero salto è stato culturale. L’Inter di Chivu ha scelto di rischiare di più, di alzare il baricentro, anche grazie al prezioso innesto di Akanji, decisivo negli equilibri nerazzurri. Ha sfruttato anche un reparto offensivo finalmente ben assortito: ci sono i 16 gol di Lautaro (nonostante il doppio infortunio), i 13 di Thuram, ma anche i 6 di Pio Esposito e i 5 di Bonny. Ha segnato 6 gol anche Zielinski, rivitalizzato da Chivu. Senza dimenticare le nove reti di Calhanoglu, che da separato in casa è tornato trascinatore e ora potrebbe rimanere ancora a Milano.
Chivu ha preso una squadra ferita e l’ha resa più coraggiosa. Ed è forse questo il vero merito: una gestione emotiva che ha impedito alle sconfitte di diventare crisi. Ogni caduta è rimasta un episodio isolato, mai l’inizio di una spirale. L’Inter ha preso uno scetticismo diffuso e lo ha trasformato in superiorità. Ha ribaltato due delle convinzioni più radicate della Serie A, costruendo il primato non negli scontri diretti e non grazie alla difesa, ma nella continuità contro le squadre di medio-bassa classifica. E poi c’è la gestione del caos. Gli infortuni, le critiche, il caso arbitrale: tutto è rimasto fuori dal campo.
Il 21esimo scudetto è la chiusura di un cerchio iniziato tra dubbi e tensioni. Terminato il dominio bianconero, l’Inter ha vinto tre degli ultimi sei campionati. Ci sarà tempo per pensare al futuro, a cosa succederà sul mercato e anche nei palazzi. Intanto Chivu e i nerazzurri possono festeggiare: l’Inter è campione d’Italia per la 21esima volta.