Non guardo il Grande Fratello. Non conosco Tutti pazzi per amore. Non mi piace la cronaca nera. Eppure la tragica morte di Pietro Taricone è una notizia. Conosco numerosi tromboni che schifano – a prescindere, direbbe Totò – i volti e i luoghi che piacciono alle masse (oppure in termini contemporanei: gente, popolo, proletariato). Scommetto che decine di tromboni criticheranno l’attenzione mediatica per Taricone, un macho qualsiasi morto per un gioco spericolato.

Premesso: il Tg1 ha commesso un errore (anzi, un buon servigio al capo) aprendo il giornale su Taricone e non sulla condanna in Appello (concorso esterno in associazione di stampo mafioso) a sette anni di carcere per Marcello Dell’Utri, amico fraterno di Berlusconi, ispiratore di Forza Italia. Raccontare la breve ascesa e l’improvvisa caduta dell’ex maschio da reality, metafora agghiacciante di un viaggio verso il nulla con il paracadute, significa ripercorre all’indietro l’Italia di questi ultimi dieci anni.

L’Italia di salotto, divano e televisione. L’Italia media e mediocre. Quell’Italia che inorridiva – ancora pacchiana e ipocrita – davanti alle nudità mostrate in diretta h24. Quell’Italia che orgogliosa – ben istruita dai tromboni – sembrava diversa e migliore da Salvo il pizzaiolo o Marina la gatta morta. Fin quando abbiamo capito che noi, italiani, siamo più vicini a Salvo e Marina, ancor di più a Pietro, che ai nostri tromboni. Quelli che ne sanno una più di tutti. Ma per loro sfortuna, non riescono a dirci cosa.