Due secoli di esilio e lo scoglio del British Museum Act - 4/4
La ferita architettonica brucia da oltre duecento anni. Agli inizi dell’Ottocento, l’ambasciatore britannico Lord Thomas Bruce Elgin rimosse circa metà del fregio superstite del Partenone e varie decorazioni dei Propilei e dell’Eretteo, forte di un presunto decreto ottomano il cui originale non è mai stato rintracciato. Dopo aver causato gravi danni strutturali al tempio, spedì i frammenti in Inghilterra. Travolto dai debiti, nel 1816 Elgin vendette l’intero tesoro al governo britannico per sole 35.000 sterline, condannandolo all’esposizione permanente nella Galleria Duveen.
Atene ne reclama formalmente la paternità sin dalla propria indipendenza nel 1832, una battaglia rilanciata su scala globale negli anni Ottanta dalla ministra Melina Mercouri. Oggi, tuttavia, la diplomazia si scontra con il British Museum Act del 1963, la legge che vieta tassativamente all’istituzione londinese di alienare o cedere in via definitiva le proprie opere. Nessun primo ministro può ordinare unilateralmente il rientro dei marmi: per sbloccare l’impasse serve un voto del Parlamento di Westminster, un rischio politico che Downing Street ha sempre schivato. Eppure, Mitsotakis ritiene che i tempi siano ormai maturi: “In un tempo in cui i principi democratici vengono sfidati in tutto il pianeta, il ripristino dell’unità di un monumento associato così da vicino alla storia della democrazia stessa invierebbe al mondo un segnale potente. La Grecia è pronta”.