Fendi: la sensualità familiare di Raffaella Carrà - 4/5
Fa quasi sorridere che, quando Maria Grazia Chiuri ha iniziato a lavorare a questa collezione, alcuni tra i giovanissimi collaboratori del suo ufficio stile non sapessero nemmeno chi fossero Raffaella Carrà o Renato Zero. Eppure sono proprio loro, insieme alla rottura ritmica e fisica del Celentano di Prisencolinensinainciusol, ad aver acceso la miccia della sua seconda sfilata per Fendi: artisti leggendari che non si facevano vestire da nessuno, ma costruivano da soli la propria immagine in funzione della performance e della piena indipendenza del corpo.
In via Solari 35, l’imponente ex fabbrica e quartier generale della Maison è stata trasformata in una casa degli specchi, con giochi di vetri che creavano un effetto vedo- non vedo, dove la designer romana ha esplorato il corpo non come silhouette da costringere, ma come forma da vivere in libertà, appoggiandosi a due riferimenti diametralmente opposti: i versi di E.E. Cummings (“I like my body when it is with your”) e l’energia fisica di Raffaella Carrà.
Nei teaser dello show scorrevano le immagini della coreografia di Prisencolinensinainciusol (il celebre brano di Celentano del 1974 cantato in finto inglese, colonna sonora anche di una delle performance di Vogue World, ndr). “Raffaella cara è stata uno specchio per una generazione intera”, ha sottolineato Chiuri, ricordando figure che non si facevano vestire, ma che usavano l’abito per esprimere la propria indipendenza fisica.
A rafforzare questo inno all’indipendenza estetica, la stilista ha citato anche figure come Renato Zero: artisti che non subivano passivamente lo styling altrui, ma costruivano da soli la propria immagine in funzione della performance. Un approccio alla consapevolezza di sé che in passerella si è tradotto nel recupero di precisi codici d’archivio, come la giacca strutturata tipica degli anni Settanta, riproposta in chiave contemporanea e senza alcuna deriva nostalgica. La collezione ha inoltre introdotto un focus pragmatico sulla sostenibilità — in risposta alle proteste degli animalisti radunatisi fuori dalla location — attraverso il riciclo mirato di vecchie pellicce e il riuso delle iconiche borse Baguette.
La collezione ha tradotto questo concetto sdoganando l’abbigliamento intimo: bra e boxer con dettagli in pizzo, sottovesti, canotte e reggiseni sportivi sono diventati capi da esibire, abbattendo i confini di genere. Abiti lunghi e leggeri (talvolta trasparenti) si alternavano a colletti punk e scialli furry, accompagnati da Baguette riciclate e scarpe gioiello. Un recupero dell’energia degli anni Settanta privo di nostalgia, mirato a ridefinire una sensualità familiare, fisica e radicata nell’essenza romana del brand. C’è infine un pragmatismo tutto romano che rifiuta la retorica dell’apparenza: «Pensare che la moda debba salvare il mondo è eccessivo», dice la stilista. Vero, ma resta la seconda industria più inquinante del pianeta, ricordiamo noi.