Jeans, maglietta e due dobermann al guinzaglio a spasso per Piazza XXV Aprile, incorniciata tra Corso Como e Corso Garibaldi. Due scatti in bianco e nero postati sul suo profilo Instagram, accompagnati da un dettaglio testuale inequivocabile: l’hashtag #CASA. Naomi Campbell ha scelto di lasciare Londra, la città in cui è nata e cresciuta, per trasferirsi stabilmente a Milano. Secondo Forbes, la top model avrebbe già preso residenza in uno dei lussuosi grattacieli che definiscono lo skyline tra l’area di Porta Nuova e City Life.
Non si tratta di una destinazione occasionale, ma della chiusura di un cerchio. Proprio il capoluogo lombardo l’aveva lanciata sulle passerelle mondiali alla fine degli anni Ottanta, quando, non ancora ventenne, venne scelta da Giorgio Armani. Ora, superati i cinquant’anni, la modella trasforma in fissa dimora quello che per decenni è stato il fulcro della sua carriera professionale ed editoriale.
La conferma del trasferimento è arrivata nel clou della Fashion Week milanese, che la vede protagonista su più fronti. Martedì sera ha partecipato come special guest all’evento globale Vogue World, nell’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II. Parallelamente, è tornata dietro la console del Twiga di via Turati per inaugurare il programma settimanale del club. E proprio con il proprietario del locale, l’imprenditore Leonardo Maria Del Vecchio, Campbell ha condiviso un ulteriore scatto social accompagnato dalla didascalia “Project” e dalla bandiera tricolore, lasciando intendere future collaborazioni lavorative.
La scelta della modella si inserisce in un macro-trend demografico ed economico ben preciso. Sempre secondo Forbes, che cita il World’s Wealthiest Cities Report 2025 elaborato da Henley & Partners e New World Wealth, Milano si conferma un polo di attrazione primario per i super-ricchi: la città conta oggi 115.000 residenti con un patrimonio liquido investibile di almeno un milione di dollari (praticamente un abitante su dodici). Un fenomeno di concentrazione di capitali, vip e manager che la rende una meta percepita come più esclusiva e “a misura d’uomo” rispetto alla capitale britannica.
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