"Provavo sollievo quando entravo nella mia camera d'albergo, da sola" - 3/4
Negli anni alla guida di Vogue, durante le settimane della moda a Milano, Parigi o New York, Shulman comincia persino a scegliere alberghi diversi da quelli della sua redazione per potersi ritagliare uno spazio tutto suo. “Entrare nello spazio immacolato e impersonale della camera d’albergo, libera dalla routine domestica che avevo lasciato alle spalle e dovendo pensare soltanto a me stessa, era una libertà deliziosa”.
A Parigi poteva ordinare un croque monsieur in camera e mangiarlo da sola davanti alla Cnn oppure togliersi gli abiti eleganti tra un appuntamento e l’altro e passeggiare per la città. A Milano partecipava alle grandi cene della moda e alle feste organizzate anche nelle case di famiglie come Missoni, Versace e Ferragamo. Un mondo privilegiato, pieno di persone, feste e champagne. Eppure, ammette: “La verità è che provavo sempre sollievo quando rientravo nella mia camera d’albergo, da sola”.
È qui che il racconto smette di essere soltanto autobiografico e diventa una riflessione sull’età e sul tempo. Essere soli, sottolinea Shulman, non significa necessariamente sentirsi soli. Si può provare una solitudine profondissima anche in mezzo agli altri. Allo stesso modo, stare soli può essere “desiderabile e capace di dare forza” quando è una scelta, molto meno quando viene imposto dalle circostanze.
E con gli anni quella distinzione assume un peso diverso. “Quando si arriva alla metà dei sessant’anni, è impossibile ignorare la possibilità e la realtà che le persone che compongono il nostro mondo possano morire, non più come un concetto remoto ma come qualcosa che potrebbe accadere in qualsiasi momento“. Un’amica le ha descritto questa fase con un’immagine che Shulman riporta nel pezzo: “I pali che reggono la tenda stanno cadendo tutti”.