“Non cerchiamo il grande talento, non vogliamo i numeri, vogliamo fare delle esperienze a questi ragazzi e magari anche farli sbagliare”. Una logica discografica lontana dal classico “quando funzioni sei dentro, quando non funziona ti maciullano senza ripensarci due volte”. È l’obiettivo di Manuel Agnelli con Suoni dal futuro, progetto triennale ideato con Germi-LdC e SIAE per accompagnare giovani musicisti fuori dalla logica del successo immediato. Sei progetti attraversano otto città italiane, riportando i club al centro come luoghi di crescita, confronto e sperimentazione. L’idea è concedere agli artisti ciò che oggi sembra mancare di più: tempo per formarsi e anche per sbagliare. Agnelli lo racconta a Vanity Fair.
L’obiettivo, spiega, è “far suonare quasi tutti quelli che selezioniamo”, anche se non mancano scelte difficili: “La scelta è dolorosa perché chi non va in tour comunque si perde un’esperienza unica a livello professionale. Però poi gli altri li facciamo suonare a Germi, nelle serate che abbiamo organizzato di Carne Fresca, e nei festival. Durante il tour degli Afterhours dell’estate scorsa, due o tre band hanno aperto i concerti ogni sera. La scelta è dolorosa perché il tour vero e proprio, per loro, probabilmente è un’esperienza di un altro livello, però stiamo cercando di non lasciare fuori nessuno”.
Ridare ai ragazzi l’esperienza del live, tornare a un modo più diretto di fare musica, lasciare spazio all’errore. Per Agnelli è proprio lì che si costruisce un percorso: “In realtà il percorso di ogni musicista, la carriera, se vogliamo chiamarla così, è fatto di alti e bassi, di ripensamenti, di sbagli. Solo avendo la possibilità di sbagliare si può osare fino in fondo. Se temi di commettere un errore o di mettere una virgola nel posto sbagliato, non oserai mai e continuerai a ripetere cose che si sono già sentite mille volte o cose che, perché hanno funzionato una volta, non necessariamente funzionano due volte”.
Da qui la critica all’omologazione: “Infatti, le produzioni musicali che stiamo sentendo oggi e che vanno per la maggiore sono tutte uguali. Rispettano un certo tipo di algoritmo e sono fatte da squadre di lavoro composte da poche persone che scrivono per tutti”.