I lutti, il carcere e le attese settimanali - 3/4
Il punto di non ritorno, per la famiglia, ha coinciso con un doppio trauma ravvicinato. “Poi è arrivato il giorno in cui ho perso mio marito, il mio punto di riferimento, e quel mondo già a pezzi è crollato ancora di più”, ricorda la donna. “Subito dopo, Alberto è entrato in carcere. È come vedere la tua vita andare in frantumi, sapere che niente sarà mai più come prima. La mia famiglia non c’era più”.
La quotidianità si è così ridotta a una rigida scansione di attese e brevi incontri, in cui ogni ricorrenza “portava con sé anche il ricordo di quello che era accaduto”. Ligabò descrive con precisione la routine detentiva: “Le giornate passavano col solo pensiero di mio figlio: per anni ho potuto sentirlo solo 10 minuti alla settimana, attendevo quella chiamata con ansia”. Anche i colloqui in presenza sono diventati l’unico fulcro delle sue giornate: “Lo vedevo un’ora a settimana e quel viaggio così lungo verso il carcere era il momento che attendevo di più giorno dopo giorno. Portavo il pacco coi vestiti, qualche cosa da mangiare, si parlava del più e del meno, ma l’unica cosa che mi rendeva felice era sapere che, nonostante tutto, stava bene”. E aggiunge: “In quei momenti capisci che basta davvero poco per essere felici, tutto si riduce alle cose essenziali: sapere che chi ami comunque c’è”.