Massimo Ghini nel reparto psichiatrico, poi il referto liberatorio - 4/4
Con la fine del servizio militare alle porte, Ghini cercò una scorciatoia che si trasformò in un incubo. “Eravamo a fine agosto e il mio servizio militare era agli sgoccioli. A mia madre chiesi se conosceva un generale che mi esentasse dagli ultimi giorni di leva”, racconta l’attore. “Sembrava fatta, ma quando a fine convalescenza mi presentai al comando e fui accolto da un un sergente e due soldati con il fucile spianato per portarmi di peso nel reparto neurologico psichiatrico del Celio, in mezzo a ragazzi con gravi disagi”. A spiegare la situazione fu un graduato: “Arrivò subito un maresciallo: ‘Granatiere Ghini, risultano complicazioni, dobbiamo fare un elettroencefalogramma: ti avverto, si è rotto il macchinario, devi aspettare che si ripari, forse qualche giorno'”.
La colpa era del generale raccomandato. “Il generale che voleva aiutarmi, non sapendo a cosa appigliarsi, aveva scritto: ‘Problemi elettroencefalogramnma’“, svela Ghini. L’attesa nel reparto fu provante: “A quel punto, il tempo passava e iniziai a pensare che forse non sarei mai più uscito. Dormivo in camerata vicino a un poverino cui la sera legavano mani e piedi al letto, un altro mi aveva tirato una scarpa mirando alle formiche…”.
Quando finalmente il macchinario fu riparato, il clima di sospetto rese tutto più difficile: “Finalmente mi portarono a fare l’esame. Io spiegai che ero sano, e il soldato che mi accompagnava mi avvertì: ‘Guarda che dicono tutti così, meglio se taci’. Mi prese un colpo”. Fortunatamente, l’epilogo fu risolutivo. “Alla fine arrivò il referto: ‘Te ne puoi annà'”, conclude l’attore. “Sono tornato a casa e non ho mai più rivisto la caserma. Ho finito il militare, mi hanno bocciato all’Accademia, e sono partito per Milano, a recitare con Giorgio Strehler”.