Le accuse all'amministratore e il "para-suicidio" - 2/5
Il procedimento penale a carico di Matteo Minna ipotizza reati gravi, tra cui peculato, falso ideologico, omissione di atti d’ufficio e circonvenzione di incapace. Secondo le indagini condotte dalla Guardia di Finanza, e confermate da Roberto Calissano carte alla mano, le cifre sottratte ammontano esattamente a 512.857,74 euro, tra bonifici privi di giustificazione e prelievi diretti.
Al momento del decesso, il patrimonio milionario dell’attore (frutto dei guadagni televisivi e di un’eredità genitoriale) si era ridotto a soli cinquemila euro depositati su un conto cointestato con lo stesso amministratore. Oltre a Paolo Calissano, il processo vede figurare come parti offese altri quattro assistiti dell’avvocato. Un dettaglio che aggrava la posizione di Minna per la mancata rendicontazione: l’avvocato, per tredici anni, non ha mai presentato al giudice tutelare le relazioni obbligatorie sulle spese sostenute.
Per Roberto, il tracollo finanziario ha avuto un impatto diretto sulla salute mentale del fratello. “Quando è morto, gli restavano in banca solo cinquemila euro”, dichiara al quotidiano ligure. “Era stato ridotto sul lastrico e sono convinto che quella condizione di prostrazione abbia aggravato la sua fragilità e concorso alla sua fine, a quello che io chiamo un para-suicidio”.
Calissano chiarisce il termine specificando la dinamica psicologica dietro l’assunzione fatale di farmaci: “È quando sai che non devi assumere un farmaco oltre le dosi prescritte, perché è pericoloso, ma lo prendi comunque in grandi quantità, accettando consapevolmente il rischio che possa ucciderti”. E sull’impatto dell’azione dell’amministratore precisa: “Non l’ha assassinato, ovvio, ma ritengo che ciò che ha fatto abbia avuto un ruolo concausale nella tragedia“.