Per prepararsi ad alcuni ruoli e immedesimarsi nella parte, capita che gli attori mettano a dura prova il corpo o la mente. Oppure entrambe. È il caso di Adrien Brody che, per il suo debutto a Broadway in “Fear of 13”, la storia di Nick Yarris, rimasto 22 anni nel braccio della morte in Pennsylvania per un omicidio che non aveva commesso, ha vissuto cinque mesi isolato in una stanza d’albergo.
“Farlo per quasi mezzo anno, per la maggior parte dei giorni della settimana, fa parte di ciò che do al lavoro. Ho dovuto rintanarmi e stare solo, lontano dalla famiglia e dai miei cari, ma interpreto un uomo che ha vissuto in un isolamento molto più profondo. Quello che vivo io è solo un graffio in superficie rispetto a ciò che ha sopportato lui, la pena e l’amarezza al centro di tutto ciò”, ha dichiarato in un’intervista a Interview magazine. Per lui, alcune interpretazioni richiedono “la necessità di sacrificare certi comfort e libertà. Non è la prima volta che lo faccio e non sarà l’ultima. Penso che il sacrificio porti solo a un lavoro migliore”.
Dopo una lunghissima carriera nel cinema e due premi Oscar in bacheca per “Il Pianista” e “The Brutalist”, l’attore ha deciso di cimentarsi con il teatro: “Ho sempre ammirato gli uomini e le donne che sono così coraggiosi da recitare sul palco una sera dopo l’altra, otto spettacoli a settimana”.
Il suo spettacolo, tra l’altro, gli ha richiesto una forza fisica e interiore non da poco. Le prove duravano undici ore al giorno, sei giorni a settimana: “Ho cambiato molte abitudini personali e rinunciato a molte cose piacevoli. So quanto sia facile farsi distrarre dalle proprie storie, dalla propria vita e dalle proprie responsabilità. Alcune di queste, purtroppo, devono finire in secondo piano quando lavori. O si sacrifica una cosa, o si sacrifica l’altra”.