"Il rischio del mio mestiere è pensare di esistere solo quando le luci sono accese" - 2/2
Dopo le piazze, è arrivata la televisione. E il rapporto con la popolarità, esplosa a 25 anni con Furore, programma che lo ha reso noto al grande pubblico: “Sentivo una forte ansia da prestazione: volevo meritare quella fiducia enorme che mi era stata accordata. Immagino che sia un aspetto che appartiene anche all’egocentrismo inevitabile che chi fa il nostro mestiere ha”, ha precisato. L’equilibrio, l’ha ritrovato solo dopo aver conosciuto la moglie, incontrata dopo la prima edizione della trasmissione: “Da quel momento le mie fonti affettive non sono più state soltanto il consenso e la popolarità”.
Anche quando, in alcuni periodi, ha avuto poche opportunità lavorative, non si è mai scoraggiato: “È la natura di questo lavoro. E io ho sempre avuto un porto sicuro in cui tornare: questo mi ha permesso di capire che il mio valore non dipendeva dal fatto di essere sotto i riflettori – ha evidenziato -. Il rischio, nel nostro mestiere, è pensare di esistere soltanto quando le luci sono accese. In realtà il nostro valore non coincide con la professione che facciamo, ma con la totalità della persona che siamo”.
Greco non ha paura del tempo che passa: “Ogni tanto rivedo qualche immagine dei miei inizi e quasi faccio fatica a riconoscermi: quel ragazzo oggi mi sembra quasi un figlio. Eppure, se ci penso bene, credo di essere rimasto abbastanza fedele a me stesso”. Il timore di una cosa, però, ce l’ha: “L’imbruttimento dell’animo. Ho paura di diventare una persona che guarda gli altri con diffidenza, con sospetto, che perde fiducia nell’essere umano”, ha confessato. E ancora, ha dedicato una riflessione anche al periodo del Covid: “Per un momento abbiamo avuto l’impressione che stesse nascendo un’umanità diversa, più vicina. Poi, però, ho avuto la sensazione che siamo tornati indietro”.