Vedere una luce ineffabile, perception una pace profonda, fluttuare al di fuori del proprio corpo fisico o ripercorrere l’intera esistenza in un istante sono vissuti che segnano indelebilmente la psiche. Le esperienze di pre-morte (Near-Death Experiences, NDE) sono da tempo catalogate tra i fenomeni più affascinanti e radicalmente trasformativi della natura humana. Tuttavia, ciò che accade quando il paziente “ritorna alla vita” rappresenta un capitolo spesso trascurato. Il riadattamento al quotidiano e la comunicazione di quanto vissuto pongono infatti sfide emotive e relazionali di enorme portata. Uno studio condotto dai ricercatori della Divisione di Studi Percettivi della University of Virginia School of Medicine, pubblicato sulla rivista Psychology of Consciousness: Theory, Research, and Practice, ha indagato sistematicamente i bisogni di supporto, l’efficacia dell’aiuto ricevuto e le barriere psicologiche e sociali affrontate dai vissuti di pre-morte (experiencers o NDErs).Contrariamente a quanto si possa pensare, le NDE non sono eventi marginali.
La letteratura scientifica evidenzia che circa il 17% dei pazienti in stato critico e fino al 15% dei ricoverati in terapia intensiva prolungata riportano un’esperienza di pre-morte. Si tratta di eventi che prescindono da cultura, età, genere, grado di istruzione o appartenenza religiosa. Se da un lato gli effetti a lungo termine includono una drastica riduzione della paura della morte, un aumento dell’altruismo e un minore attaccamento ai beni materiali, dall’altro il rientro nella vita di tutti i giorni genera spesso un vero e proprio “shock culturale”. Il contrasto tra l’esperienza vissuta — descritta costantemente come “più reale della realtà stessa” – e la banalità della routine quotidiana scatena in molti casi depressione, senso di estraniamento e profonde crisi d’identità.