Il colosso che si è fermato: cos'è (ed è stato) "Top Gear" - 2/2
Per capire perché una vicenda del genere continui a far rumore nel Regno Unito bisogna ricordare cosa rappresenta “Top Gear” per la televisione britannica. Nato negli Anni 70 come semplice programma di recensioni automobilistiche, il format esplode nel 2002 con il rilancio guidato da Jeremy Clarkson, Richard Hammond e James May: da lì diventa uno dei programmi più esportati al mondo, venduto in decine di Paesi e capace di trasformare la pista di Dunsfold, un ex aeroporto della Seconda guerra mondiale, in un set leggendario con curve diventate iconiche tra gli appassionati.
La formula vincente di “Top Gear” non è mai stata la semplice prova su strada: è un mix di sfide assurde, avventure on the road ai confini del mondo, gare improbabili tra celebrità ospiti al volante di utilitarie economiche, e un umorismo tagliente, spesso al limite della polemica, che ha reso i tre conduttori storici delle vere e proprie rockstar televisive. Dopo l’addio burrascoso del trio originale nel 2015 (con Clarkson licenziato per un’aggressione a un produttore, seguito a ruota dalle dimissioni di May e Hammond, che daranno poi vita a The Grand Tour su Amazon), la BBC ha rilanciato il programma con nuovi volti, tra cui proprio Flintoff, affiancato da Paddy McGuinness e Chris Harris.
Un programma capace di sopravvivere a scandali, cause legali e cambi di cast per quasi mezzo secolo, insomma. Ma l’incidente del 2022 si è rivelato il colpo più duro: a distanza di anni, “Top Gear “resta “in pausa”, senza alcuna data di ritorno annunciata, e ogni nuovo sviluppo giudiziario legato a quel giorno riaccende i riflettori su una delle pagine più buie della sua storia.