"Quell’Omega era di mio padre. Per me era memoria, affetto, una parte della mia storia" - 2/2
Da sempre in viaggio per lavoro (conduce programmi come Il Provinciale e Linea Verde Start), le sue riflessioni non riguardano solo Milano: “Succede ovunque in molte città occidentali. Ma l’Italia conserva ancora un patrimonio straordinario. Attraversando il Paese ho visto province dove le cose funzionano. Perché? Perché esistono ancora relazioni, insegnanti, allenatori, educatori, associazioni, parrocchie, biblioteche. Persone che conoscono il nome dei ragazzi. La sicurezza nasce molto prima della pattuglia. Nasce quando qualcuno si accorge che un adolescente sta prendendo la strada sbagliata prima che lo faccia un giudice”.
E come sta Quaranta dopo l’aggressione? “Sto bene. E già questo è un privilegio. Poteva andare molto peggio. Soprattutto perché stupidamente ho reagito senza pensare alle possibili conseguenze. Quello che mi è rimasto addosso, però, non è la paura. È una domanda. Che cosa deve accadere nella vita di tre ragazzi perché arrivino a considerare normale accerchiare uno sconosciuto e strappargli tutto ciò che possiede? Quell’Omega era di mio padre. Per me era memoria, affetto, una parte della mia storia. Per loro era semplicemente un oggetto da ricettare. Ed è stato lì che ho capito che il punto non era l’orologio. Era il significato che ognuno di noi attribuiva a quell’oggetto. Io: un ricordo. Loro: soldi facili. E quando una società smette di riconoscere il valore simbolico delle cose e vede soltanto il corrispettivo economico, qualcosa di molto profondo si è già spezzato”.