C’è un momento, nella vita di ogni diva hollywoodiana, in cui il red carpet smette di essere un tappeto e diventa un ring. È più o meno quello che succede in “Couture”, il film di Alice Winocour che mescola alta moda, malattia e crisi esistenziali con la freddezza chirurgica di chi la Fashion Week di Parigi l’ha vista da vicino. E in mezzo a tutto questo, manco a dirlo, spunta lui: Louis Garrel, l’eterno bel tenebroso del cinema francese, qui nei panni del complice/amante/spalla emotiva di turno.
Tre donne, tre vite, una settimana di moda a Parigi che le farà scontrare con le proprie fragilità. Al centro c’è Maxine Walker (Angelina Jolie), regista americana di film horror indipendenti, tutt’altro che una fan del mondo patinato della moda, anzi, lo giudica “inutile e superfluo”, ma che accetta comunque un incarico lucrativo per girare un video durante la Paris Fashion Week, perché di soldi, in mezzo a un divorzio e una figlia adolescente, ne ha bisogno. Proprio mentre è lì, le arriva una diagnosi di tumore al seno.
Attorno a lei ruotano Angèle (Ella Rumpf), truccatrice, e Ada (Anyier Anei), giovane modella al suo primo, vertiginoso ingresso nell’industria: tre donne molto diverse tra loro le cui strade si incrociano nella capitale francese, mettendo a confronto le proprie fragilità.
Louis Garrel interpreta Anton, uno dei collaboratori stretti di Maxine, nello specifico è il suo direttore della fotografia, con cui la protagonista finisce per intrecciare una relazione tanto inaspettata quanto instabile, proprio mentre tutto il resto del suo mondo va in frantumi.
“Nelle storie che interpreto, sia come attore, sia come regista, ho bisogno di avvicinarmi alla realtà. – ha detto l’attore a La Repubblica U – E, in questo caso è un dramma vissuto da due donne: anche Alice ha avuto un’esperienza di tumore al seno. E questo mi ha coinvolto. Angelina Jolie poi è stata molto decisa a dimostrare nel ruolo di Maxine che le donne non devono essere definite dalla malattia e che possono e devono continuare ad avere anche una sessualità”.
Poi sulla sua carriera ha ammesso: “Per anni ho avuto addosso l’etichetta dell’attore tormentato. Non è più così. Adesso la parte che mi riesce meglio è quella del protagonista ignaro, un po’ in difficoltà (in “L’innocente”, ndr). Preferisco fare commedie, non sono più ombroso e zero bronci. Non ho l’età e sono messo male. A partire dalle mie povere e malandate ginocchia”.
“Sono stato un bambino agitato, ansioso. – ha continuato – Forse è perché mio padre, in tutti i film in cui ho recitato, mi ha sempre ammazzato. Mi uccideva e mi faceva rinascere in ogni film. È successo sette volte, l’ultima ne ‘Il grande carro’. Una cosa seria, da psicanalista. Però crescendo davanti alla macchina da presa ho trasformato le mie nevrosi in energia”.
“Vivevo a Pigalle con mia madre e stavo sempre per strada con gli amici. – ha ricordato, raccontando l’adolescenza – Vorrei tanto far capire a mio figlio che la strada, i cortili dove ci si ritrova con la tua compagnia, sono i posti più belli del mondo per alimentare la fantasia e fare esperienza. Ragazzi, lasciate perdere i tablet, la playstation… Noi sfrecciavamo per tutta Parigi sui pattini. Sembra pericoloso, forse lo era, ma non lo era davvero perché fino ai 15 anni si vive nella completa incoscienza della propria esistenza. Subito dopo ti svegli e cominci a pensare, a farti una domanda: ‘Perché sono vivo?’. E tutto cambia”.