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“L’orologio che mi hanno rubato era di mio padre. Per me un ricordo, per loro soldi facili. Cosa accade nella vita di tre ragazzi che considerano normale un’aggressione così?”: parla Federico Quaranta

Il conduttore racconta a Vanity Fair l'aggressione subita a Milano e riflette sulle radici della violenza giovanile, tra disuguaglianze sociali, periferie e perdita del senso di comunità

di Redazione FqMagazine
“L’orologio che mi hanno rubato era di mio padre. Per me un ricordo, per loro soldi facili. Cosa accade nella vita di tre ragazzi che considerano normale un’aggressione così?”: parla Federico Quaranta

Stanotte ho capito una cosa. Non mi hanno aggredito per un orologio. Quel vecchio Omega di mio padre era soltanto il pretesto. Lo hanno fatto tre ragazzi, giovanissimi. -ha raccontato Quaranta – Per uno zaino. Una valigia. Ho reagito, probabilmente non se lo aspettavano, ho rischiato grosso, è andata bene”: con queste parole Federico Quaranta ha raccontato sui social l’aggressione subita a Milano.Un lungo post che è diventato subito virale, con tanti spunti di riflessione che il conduttore ha spiegato anche a Vanity Fair. Nel post, Quaranta parla di tre ragazzi “divorati dalla rabbia sociale e dalla vendetta” pensando, dice a Vanity, a “una crisi di appartenenza identitaria L’essere umano è un animale sociale. Ha bisogno di sentirsi riconosciuto. Di appartenere. Di avere un nome dentro una comunità. Quando famiglia, scuola, sport, cultura e quartiere smettono di offrire questo riconoscimento, il vuoto non resta mai vuoto. Viene occupato. Dal branco. Dalla banda. Dal clan. Dalla violenza. O perfino dal marchio”.

Quaranta riflette anche sulla trasformazione di Milano, sostenendo che il senso di comunità non sia scomparso ma si sia distribuito in modo sempre più diseguale. Secondo il conduttore, la crescita della città ha generato ricchezza e opportunità, ma anche nuove fratture sociali: quando persone e quartieri smettono di mescolarsi, aumentano distanza, paura e contrapposizione e ogni città che cresce rapidamente rischia di alimentare un senso di esclusione in chi resta indietro. Il problema, spiega, non è la ricchezza in sé, ma la perdita della percezione di poter partecipare alla stessa storia collettiva: “Il problema non è che esistano persone ricche. Il problema nasce quando chi resta indietro smette di pensare di poter partecipare alla stessa storia. L’umiliazione sociale è una forza potentissima. Quando un ragazzo cresce convinto che certi quartieri, certe scuole, certe possibilità non saranno mai per lui, il rischio è che smetta perfino di desiderare l’inclusione. E scelga la contrapposizione. È una spirale”.

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