Geopolitica della vivibilità: l'Asia sale, arretra il Medio Oriente - 4/4
Al di là delle singole posizioni, il rapporto del 2026 curato dalla divisione di ricerca del gruppo The Economist evidenzia una spaccatura geopolitica profonda. Sebbene il punteggio medio globale rimanga immobile a quota 76,1 punti, la stabilità complessiva nasconde due movimenti opposti: da un lato migliora nettamente l’assistenza sanitaria mondiale, dall’altro si registra un peggioramento strutturale della stabilità urbana a causa di guerre, tensioni regionali, criminalità e proteste di piazza. Questo dinamismo premia l’Europa occidentale, che mantiene la media regionale più alta del mondo a 91,7 punti davanti al Nord America, ma spinge soprattutto l’Asia, che piazza ormai ben nove città nelle prime venti posizioni. Il traino arriva proprio dalla sanità, con diverse città cinesi che scalano la classifica dopo anni di investimenti pubblici, e con la stessa Tokyo che beneficia di una ripresa dei parametri culturali.
Lo scenario si ribalta completamente nel quadrante del Medio Oriente e del Nord Africa, l’area più penalizzata dell’edizione 2026. L’Istituto dell’Economist collega il crollo alla guerra con l’Iran e al peggioramento della stabilità nel Golfo: Muscat e Kuwait City sono le città che hanno perso più posizioni in assoluto, ma arretrano in modo vistoso anche Dubai, Abu Dhabi, Doha, Amman e Manama. In coda alla classifica, l’indice cessa di essere un confronto tra modelli di benessere e diventa il termometro di crisi umanitarie profonde. Damasco si conferma all’ultimo posto, il 173esimo, preceduta in una drammatica linea di privazioni quotidiane da Tripoli, Dhaka, Karachi, Algeri, Lagos, Port Moresby, Kyiv, Harare e Tehran. In queste metropoli, l’accesso alle cure e la sicurezza personale non sono parametri di qualità, ma lo spartiacque quotidiano per la sopravvivenza.