Campioni e dolore: quando la prestazione si intreccia con la vita - 2/3
Non è un episodio isolato: lo sport, più volte, ha mostrato questo cortocircuito tra la dimensione della prestazione e quella della vita privata. Un caso emblematico è quello di Alessandro Del Piero. Il 18 febbraio 2001, pochissimi giorni dopo la morte del padre Gino, l’ex capitano bianconero si trovò comunque a disposizione della Juventus nella partita in trasferta contro il Bari al “San Nicola”. Inizialmente in panchina, entrò al 54’ minuto in una gara bloccata, in cui i bianconeri stavano facendo fatica a scardinare la resistenza avversaria. A dieci minuti dalla fine, segnò proprio lui il gol del vantaggio. L’esultanza si trasformò immediatamente in un pianto incontenibile, una delle immagini più iconiche della sua carriera. Quella non fu una semplice celebrazione, ma l’unica manifestazione pubblica di un dolore profondissimo, esploso davanti alle telecamere e poi subito richiuso nella sua riservatezza.
Un’immagine altrettanto iconica riguarda Michael Jordan e i Chicago Bulls. Il 16 giugno 1996, nel giorno della Festa del Papà, dopo aver conquistato il suo quarto titolo NBA, Jordan si ritirò negli spogliatoi e crollò a terra in lacrime, stringendo il pallone della partita. Era il primo titolo vinto dopo l’omicidio del padre, James R. Jordan Sr., assassinato nel 1993. Le immagini di quel momento nello spogliatoio, con Jordan solo, piegato su se stesso, incapace di contenere l’emozione nonostante la vittoria, sono diventate tra le più potenti della sua carriera sportiva.