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Angine de Poitrine, guai a dire ‘non mi piacciono’. Subito arrivano gli inquisitori del cool!

Dietro al duo del Quebec che fa math rock microtonale c'è un’isteria collettiva. Il bisogno disperato di appartenere a qualcosa che sembri “strano” abbastanza. Internet è questo
Angine de Poitrine, guai a dire ‘non mi piacciono’. Subito arrivano gli inquisitori del cool!
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di Laura Ruzzante

C’è qualcosa di meravigliosamente contemporaneo in Angine de Poitrine. Non la musica, che richiederebbe ascolto, concentrazione e magari perfino una minima alfabetizzazione musicale, ma il fenomeno. L’isteria collettiva. La liturgia social. Il bisogno disperato di appartenere a qualcosa che sembri “strano” abbastanza da poter essere definito geniale senza il fastidio di doverlo spiegare.

Funziona così: due tizi del Québec si infilano in testa dei copricapi che sembrano usciti da un incrocio tra i Teletubbies e una seduta spiritica organizzata da Salvador Dalí, suonano math rock microtonale con l’aria di chi sta tentando di contattare civiltà aliene tramite un tostapane difettoso, ed ecco che il web impazzisce.

A quel punto metà del pubblico corre ad ascoltarli, l’altra metà corre a fingere di averli capiti.

E qui arriva la parola magica: microtonale. Che detta così sembra una malattia autoimmune o un nuovo bonus fiscale del governo. In realtà è musica costruita usando intervalli diversi da quelli tradizionali occidentali. Noi siamo abituati ai dodici semitoni della tastiera del pianoforte; loro, invece, infilano note “in mezzo” alle note. È come se qualcuno, stanco delle strisce pedonali, decidesse di attraversare direttamente in diagonale sull’autostrada.

Il risultato, per un orecchio non allenato, oscilla tra “affascinante” e “la mia caldaia sta per esplodere”.

E attenzione: non è neppure colpa loro. Anzi. Loro fanno il loro mestiere. Sono bravi davvero, tecnicamente notevoli, persino originali. Il problema è il pubblico contemporaneo, che davanti a qualunque cosa non capisca reagisce come i pellegrini medievali davanti alle reliquie dei santi: si inginocchia e condivide il reel.

La dinamica è sempre la stessa. Uno guarda il video e pensa:
“Mah, interessante.”
Il secondo:
“Geniale.”
Il terzo:
“Capolavoro assoluto.”
Il quarto:
“Chi non li capisce è un boomer represso schiavo del temperamento equabile.”

Nel giro di quarantotto ore non stai più ascoltando una band: stai partecipando a una setta. Con i triangolini fatti con le mani ai concerti, le analisi pseudo-filosofiche sui tempi dispari e il cugino che fino a martedì ascoltava solo gli 883 ma ora parla di “destrutturazione armonica dell’identità occidentale”.

Internet è questo: una gigantesca macchina che trasforma qualunque stranezza in religione temporanea. Ieri erano i guru finanziari che vendevano corsi per diventare milionari facendo dropshipping di cover per AirPods. Oggi sono due musicisti mascherati che sembrano usciti da un incubo febbrile di Tim Burton. Domani toccherà a un tizio che suona il citofono in 7/8.

E guai a dire: “Non mi piace”.
Subito arrivano gli inquisitori del cool:
“Eh, ma non capisci la complessità.”
Che è la frase con cui il contemporaneo giustifica tutto: arte contemporanea, vini naturali e film di tre ore in cui non succede niente.

La verità è che Angine de Poitrine funziona perché rompe la noia industriale dell’algoritmo. In un’epoca in cui ogni cantante sembra generato da un software dopo aver ingerito autotune e marketing, almeno questi due paiono veri. Assurdi, ma veri.

Poi certo, come ogni fenomeno virale, arriveranno i parassiti: gli esperti dell’ultima ora, i podcastisti che li useranno per spiegare “la crisi dell’Occidente”, i giornalisti culturali che scriveranno pezzi intitolati “Il post-umano microtonale come risposta alla solitudine neoliberista” senza vergognarsi abbastanza. Ma in fondo va bene così.

Perché tra milioni di contenuti prefabbricati, tutorial motivazionali e influencer che recensiscono l’acqua minerale come fosse Barolo, vedere due alieni in costume a pois che fanno impazzire mezzo pianeta suonando roba incomprensibile è quasi rassicurante.

Almeno la follia, ogni tanto, sa ancora essere creativa.

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