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Per orientare le politiche di cinema e audiovisivo c’è una valutazione di impatto: un documento mai presentato pubblicamente

Nell’arco di un decennio, lo Stato ha speso oltre un milione di euro per una “valutazione di impatto” che non è mai stata presa in considerazione
Per orientare le politiche di cinema e audiovisivo c’è una valutazione di impatto: un documento mai presentato pubblicamente
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La politica culturale italiana è stata travolta, nelle ultime settimane, da alcune tempeste “politiche” – dal caso della Biennale “Giuli vs Buttafuoco” alle commissioni ministeriali post “caso Regeni” – che confermano un (mal) governo del sistema, tra scontri ideologici e amichettismi diffusi… Eppure il problema centrale, essenziale, nodale resta di natura tecnica: non esiste un adeguato “sistema informativo” nella gestione delle risorse pubbliche, non esistono controlli adeguati, non esistono valutazioni sull’efficienza e l’efficacia dell’intervento dello Stato.

Deficit di tecnocrazia. Deficit di meritocrazia.

Il governo di centrodestra ha ereditato dai suoi predecessori questi deficit e non ha certo saputo mettere in atto quella “meritocrazia” pur tanto invocata (sbandierata) da Giorgia Meloni durante la campagna elettorale. Ai circoletti della sinistra al caviale (che – va riconosciuto – pur c’erano), si sono sostituiti i circoletti dei militanti della sezione di Colle Oppio (e con lotte fratricide)…

Eppure, qualche (timido) tentativo di “efficientamento” (uso questo termine volutamente, tratto dallo slang della burocrazia) c’era stato: nella Legge Cinema e Audiovisivo di fine 2016, entrata in vigore nel 2017 e che celebra quindi il suo primo decennio di vita, il suo promotore, il dem Dario Franceschini, aveva previsto una “valutazione di impatto”, che avrebbe dovuto consentire al Governo, al Parlamento, alla comunità professionale ed artistica di comprendere se i 400 milioni di euro l’anno (saliti fino al picco di 696 milioni nell’anno 2024, e ridotti a 626 per il 2026) destinati allo “sviluppo” del cinema e dell’audiovisivo abbiano prodotto i risultati auspicati.

Questa “valutazione” – un rapporto di ricerca da trasmettere al Parlamento entro fine settembre dell’anno successivo a quello analizzato – non è mai stata oggetto di una presentazione pubblica. Incredibile ma vero. Per anni ed anni è stata affidata allo stesso soggetto, l’Università Cattolica di Milano assieme alla società di consulenza Ptsclas spa. Un documento semi-clandestino: formalmente prodotto, ritualmente trasmesso, ma del tutto ignoto alla comunità del cinema e dell’audiovisivo.

Questa “valutazione di impatto” è stata peraltro così miope (anzi cieca), da non aver visto la degenerazione del “tax credit”… e non si è nemmeno accorta che, anno dopo anno, il Ministero della Cultura stava impegnando risorse maggiori di quelle previste dal Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo: e così nessuno (o quasi) si è reso conto che si è paradossalmente sforato il bilancio dello Stato per oltre un miliardo e mezzo di euro (lo chiamano “splafonamento”)…

Una relazione così all’acqua di rosa da non rendersi conto che i meccanismi selettivi dei contributi pubblici erano falsati da commissioni ministeriali formate da esperti scelti soltanto sulla base della fiducia manifestata dal Ministro di turno, attraverso il famoso “intuitu personae”. Ed il Ministro Alessandro Giuli ha il coraggio di ribadire l’indipendenza assoluta di queste commissioni, che però sono formate da persone che lui stesso ha nominato!

Una relazione così innocua da non rendersi conto che Cinecittà stava utilizzando ogni anno decine e decine di milioni di euro per “progetti speciali” di cui nessuno ha contezza…

L’anno scorso, per la prima volta, il Ministero ha scardinato il monopolio del tandem Cattolica-Ptsclas e l’anomalo bando è stato vinto dall’Università di Roma, Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (Disse). Il che è curioso, perché quel Dipartimento non sembra poter vantare know-how nella materia.
E peraltro, a distanza di un anno dall’affidamento, la “valutazione di impatto” sulla Legge Franceschini per l’anno 2024 (duemilaventiquattro!) non è stata ancora pubblicata. Doveva essere trasmessa al Parlamento entro il settembre 2025. E scade tra una decina di giorni il bando per la “valutazione” per l’anno 2025. Budget di 150mila euro.

Nell’arco di un decennio, lo Stato ha speso oltre un milione di euro per una “valutazione di impatto” che non è mai stata presa in considerazione né dal Governo né dal Parlamento. Mai presentata pubblicamente. Trasmessa ritualmente dalla Direzione Cinema e Audiovisivo al Parlamento, con mesi e mesi di ritardo. Accumula polvere in qualche scaffale di Montecitorio e Palazzo Madama. Un “oggetto burocratico” perfettamente inutile, allorquando doveva (dovrebbe) essere lo strumento di conoscenza tecnica e di dialettica politica, nel governo delle politiche per il cinema e l’audiovisivo.

Ed “improvvisamente” qualcuno scopre – ogni tanto, ciclicamente – che il settore è in crisi acuta, che sono state regalate centinaia e centinaia di milioni di euro dei contribuenti a multinazionali straniere (Fremantle alias il gruppo tedesco Rtl Bertelsmann, in primis) per produrre fiction televisiva, riducendo progressivamente i fondi per il cinema indipendente, per la ricerca espressiva, per la sperimentazione, per gli autori emergenti, per la promozione, per i festival…

E, nonostante ciò, sia il David di Donatello sia Cinecittà si esaltano nel loro splendore fasullo, dentro un entusiasmo “di Stato” che regge su una narrazione autocelebrativa e falsificata della realtà.

Il cinema italiano è allo stremo, al di là dei red carpet (peraltro quest’anno è anche assente dal Festival di Cannes) ed al di là della retorica ottimista con cui la Sottosegretaria delegata, la leghista Lucia Borgonzoni, ha continuato ad alimentare una simpatica confortante affabulazione.

Nessuno sembra interessato ad acquisire una seria “valutazione di impatto” della legge sul cinema e l’audiovisivo (che pure si vorrebbe riformare). Ed il discorso non cambia, se pensiamo all’intervento della mano pubblica nello spettacolo dal vivo o nell’editoria.

Chi se ne importa di valutazioni, controlli, trasparenza! Suvvia, che continui pure a prevalere l’approssimazione: discrezionalità, nasometria, amichettismo, clientelismo, opacità… E dispersione del denaro pubblico.

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