Non è Ben Gvir il problema, ma la Grande Israele suprematista
L’indignazione per il trattamento inumano riservato da Israele agli equipaggi della Flotilla, catturati in acque internazionali con un atto di pirateria e poi insultati, malmenati e umiliati mediaticamente, rischia di spegnersi presto nel vortice delle notizie giornaliere. Allora conviene ragionare a mente fredda. Itamar Ben Gvir non è il “cattivo” che fa l’eccezione. Il problema non è lui, ma la rotta imboccata da Israele. La malattia da affrontare è la “Grande Israele” suprematista, l’obiettivo perseguito dai suoi governanti.
Quanto è accaduto chiama in causa la volontà di dominio, che anima il primo ministro Netanyahu, la compagine di governo tutta, la maggioranza che lo sostiene e – bisogna prenderne atto – una vasta massa di elettorato che sostiene la politica violenta praticata ormai regolarmente da Israele. Non si tratta solo di quanto capitato alla Flotilla. Gli atti vergognosi inflitti ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania sono una catena senza fine.
La stampa in Italia e all’estero spesso non li menziona nemmeno nella loro disperante quotidianità, tutt’al più un trafiletto, frettolosamente archiviato. Chi ricorda ancora la sorte di Jad Jadallah, un quattordicenne palestinese di un campo profughi in Cisgiordania? Mitragliato dai soldati israeliani per avere lanciato una pietra – così viene affermato dall’Idf – fu lasciato a terra per quarantacinque minuti fino a morire dissanguato, mentre i militari intorno a lui chiacchieravano e fumavano tranquillamente. Due ambulanze palestinesi, una delle quali giunta sul posto già otto minuti dopo il ferimento del ragazzo, furono bloccate dai soldati con le armi in pugno. Jad doveva essere lasciato crepare. Tutto documentato da un’inchiesta della Bbc.
Giorni fa il giornale dei vescovi italiani, Avvenire, ha riportato la storia di una famiglia nel villaggio di al-Asasa, nella Cisgiordania settentrionale, che aveva appena seppellito nel locale cimitero un anziano parente. Tutto con il regolare permesso dell’amministrazione militare israeliana. Poche ore dopo è arrivata una gang di giovani ebrei armati (di una vicina colonia), con pali e vanghe per disseppellire il corpo. “Qui non può stare: è troppo vicino a noi. Toglietelo subito o lo facciamo noi”, hanno intimato – scrive l’Avvenire – puntando le armi contri i familiari del defunto. E’ tutto documentato da video dei residenti palestinesi. E’ venuto l’esercito, non ha mosso un dito per arrestare i coloni facinorosi. “Alla fine, per evitare scontri, abbiamo spostato il corpo”, ha spiegato Hussein Mahmoud Assasa, uno dei parenti. Un comunicato delle forze armate israeliane sostiene che i militari hanno confiscato le pale e le vanghe e hanno spiegato ai parenti che non era necessario rimuovere il morto.
Sulla stampa internazionale si parla della “calcolata crudeltà” dell’Idf. Marzo scorso a Tamun, in Cisgiordania, i militari israeliani hanno ucciso un padre, una madre e due figli piccoli in una macchina che – si sostiene – andava troppo veloce. I veterani dell’informazione in Israele sanno che nessun guidatore palestinese si sogna di questi tempi di accelerare quando sono in vista posti di blocco o postazioni dell’esercito. Qualcuno dovrà spiegare l’ennesima uccisione gratuita ai due fratellini di 8 e 12 anni sopravvissuti.
Non è un caso che tutto ciò avvenga in Cisgiordania. E’ lì che i coloni ebrei hanno lanciato da due anni una serie sistematica di attacchi terroristici agli abitanti palestinesi. Per cacciarli dalle loro terre al fine di realizzare la Grande Israele. Si chiama pulizia etnica. D’altronde il parlamento israeliano ha già votato l’anno scorso una mozione per l’annessione totale della Cisgiordania e nel frattempo è stato approvato un piano di insediamenti ebraici (si chiama E1) che spaccherà in due i territori palestinesi cisgiordani.
L’indignazione all’estero per questo rottura plateale degli accordi, che dovevano portare alla nascita dello Stato di Palestina, è evaporata rapidamente. Nel frattempo l’amministrazione Trump minaccia di “serie conseguenze” l’Autorità palestinese se oserà fare eleggere un suo rappresentante tra i vice-presidenti della prossima assemblea delle Nazioni Unite.
Il video di Ben Gvir, che anche l’Osservatore Romano denuncia in prima pagina come “ostentazione di un oltraggio che è una ferita alla dignità” delle persone, non è dunque un caso isolato. Fa parte di un quadro complessivo da cui emerge – al di là della violenza esercitata sui militanti della Flotilla – la disumanizzazione dei palestinesi a cui strappare in mille modi il diritto a quel “focolare”, di cui parlava tempo fa il presidente Mattarella. Quindi sono inutili eventuali sanzioni individuali a Ben Gvir. Le uniche misure efficaci sono – come sostengono molti analisti – l’interruzione della fornitura di armi a Israele, la sospensione dell’accordo Ue-Israele, il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Così, nell’anno elettorale, i cittadini israeliani potranno scegliere con chiarezza quale via imboccare e le forze democratiche, che si battono perché Israele torni ad essere uno stato liberale, sapranno che all’estero nessuno copre più Netanyahu.