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Il Giappone stringe sui permessi di residenza agli stranieri: è la linea più conservatrice da decenni

Ai dirigenti d’azienda si richiede un capitale minimo di 30 milioni di yen (circa 163.000 euro), rispetto a 5 milioni precedenti. In generale l'ascesa di gruppi populisti come il partito Sanseito, che promuove il “Japan First”, ha spinto il partito di governo LDP a inasprire i controlli
Il Giappone stringe sui permessi di residenza agli stranieri: è la linea più conservatrice da decenni
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La ministra per la Sicurezza Economica e la Strategia del Cool Japan, Onoda Kimi è la più giovane del gabinetto nipponico. Ed è lei (nata negli Stati Uniti nel 1982 da padre statunitense, cresciuta in Giappone con la mamma giapponese) a occuparsi della sicurezza economica, di tecnologia, e a dettare le linee guida per le politiche tese alla pacifica coesistenza con gli stranieri, seguendo fedelmente le direttive della premier Takaichi Sanae. Il risultato sono le posizioni più conservatrici degli ultimi decenni nei confronti degli stranieri. Mercoledì Onoda ha interrotto la domanda di una giornalista freelance a proposito dei “diritti di residenza permanente” per gli stranieri con tale visto in Giappone, dicendo: “Stia attenta alle parole che usa. Il Giappone non prevede diritti di residenza permanente. Si tratta di un permesso concesso dopo aver soddisfatto i requisiti. Non è un diritto, definirlo tale porta a fraintendimenti.”

Onoda ha giustamente fatto osservare che il visto di residenza permanente non rappresenta un diritto assoluto, tuttavia quello che sta accadendo è una improvvisa repressione su larga scala con norme proibitive. Le più severe redatte dal Ministero della Giustizia per ottenere ad esempio il visto da dirigenti d’azienda, richiedono un capitale minimo di 30 milioni di yen (circa 163.000 euro), un dipendente a tempo pieno e un punteggio di almeno N2 (livello avanzato) all’esame di competenza di lingua giapponese.

Prima della revisione il requisito patrimoniale minimo era di 5 milioni di yen, senza alcun criterio relativo a un dipendente a tempo pieno, e alla conoscenza della lingua giapponese, così le domande per questo visto sono scese del 96%. Uno dei problemi derivati è che i visti dei richiedenti tendono a scadere prima che l’ISA (Immigration Service Agency) prenda una decisione, lasciando poco tempo per decidere cosa fare se la domanda venisse respinta, con una conseguente corsa frenetica di 30 giorni per fare i bagagli e lasciare il Paese.

Questa è oggi la realtà per decine di piccoli imprenditori stranieri, alcuni dei quali hanno trascorso la maggior parte della vita in Giappone. A complicare ancor più la situazione è che, in alcuni casi, i figli di questi titolari possono rimanere in Giappone con lo status di residenti a carico fino alla scadenza del visto, mentre i genitori devono partire entro il mese. Le famiglie si affrettano quindi a presentare una nuova domanda e a richiedere un permesso speciale di soggiorno per evitare l’espulsione, se però la domanda viene respinta, rischiano l’espulsione e un divieto di rientro della durata di cinque anni. Il giro di vite sui nuovi visti si rivela disastroso particolarmente per i ristoranti di quartiere, tra cui indiani e nepalesi specializzati in cibo al curry, presenti in tutto il Paese e il cui numero è stimato tra i 4.000 e i 5.000. Il dibattito sugli stranieri e gli immigrati non riguarda solo chi ha un’attività: è diventato tema centrale della politica giapponese. Un cambiamento che riflette le tensioni sociali riguardo l’afflusso di stranieri in una nazione tradizionalmente omogenea, che include tutti: turisti e residenti stranieri illegali in testa, ma anche quelli che legalmente ci abitano da anni e che vogliono continuare a viverci.

L’ascesa di gruppi populisti come il partito Sanseito, che basa la propria campagna elettorale su una piattaforma dal chiaro contenuto “Japan First”, ha spinto il partito di governo LDP a inasprire i controlli. Takaichi ha scatenato fin dal suo esordio un ampio dibattito pubblico, insistendo su episodi senza dubbio da condannare seppure non così numerosi, che hanno coinvolto turisti in chiara violazione delle regole, come ad esempio alcuni che hanno inciso i tronchi dei bambù a Kyoto, e dato calci ai “sacri shika” (cervi) dell’antica capitale Nara —sua città di nascita—. Recenti sondaggi mostrano che una parte significativa dell’opinione pubblica giapponese desidera un minor numero di visitatori e controlli più severi sull’immigrazione, d’accordo. Tutto ciò non giustifica la discriminazione generalizzata. Sul Japan Times si riportano i dati di una recente indagine governativa (condotta tra ottobre e novembre 2025 dall’ISA), secondo cui quasi la metà dei residenti stranieri in Giappone dichiara di aver subito una qualche forma di discriminazione, tra cui discorsi di incitamento all’odio, o di averli visti/ sentiti rivolti ad altri, anche online. La maggioranza (52,8%) tuttavia, si ritiene soddisfatta della vita in Giappone, citando tra i motivi l’ambiente pulito, l’affinità personale con la cultura, le usanze, e la sicurezza pubblica.

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