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Con la Flotilla gli occhi del mondo tornano su Gaza: Israele punta a liquidare così la questione palestinese

In questo quadro di indicibile sofferenza, Israele ha lanciato volantini in alcuni punti di Gaza coi quali invita gli abitanti a svolgere un ruolo di informatori per la forza occupante
Con la Flotilla gli occhi del mondo tornano su Gaza: Israele punta a liquidare così la questione palestinese
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di Roberto Iannuzzi *

Il sequestro illegale e la detenzione violenta degli attivisti della Global Sumud Flotilla da parte di Israele ha riacceso l’attenzione internazionale sulle azioni indiscriminate del governo Netanyahu, in particolare in relazione alla questione di Gaza.

Nel drammatico quadro mediorientale contrassegnato dal pericoloso stallo nel Golfo Persico e dalla devastazione israeliana del Libano, l’enclave palestinese, per certi versi la scintilla dell’attuale crisi regionale, era sprofondata nell’ombra.

A partire dal 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-americana all’Iran, il governo Netanyahu ha di nuovo stretto la morsa sulla Striscia, incrementando i bombardamenti malgrado il cessate il fuoco nominalmente in vigore dallo scorso ottobre, e riducendo dell’80% l’ingresso degli aiuti.

Israele ha progressivamente spostato in avanti la linea gialla che separa l’area di Gaza sotto il controllo israeliano, praticamente spopolata, da quella controllata da Hamas, dove si concentra la quasi totalità della popolazione che ancora abita l’enclave palestinese. A causa di questo spostamento, Israele controlla ormai il 60% della Striscia. Lo ha dichiarato lo stesso premier Benjamin Netanyahu durante una recente riunione di governo. All’inizio del cessate il fuoco, le forze israeliane controllavano il 53% di questa esile lingua di terra.

La maggioranza dei terreni coltivabili si trova nella zona controllata da Israele. Solo il 5% della terra che resta ai palestinesi è adatto alla coltivazione. La crisi è aggravata dalla devastazione delle infrastrutture. Israele ha distrutto oltre 1.100 pozzi, 450.000 metri lineari di reti di irrigazione, assieme a circa 12.500 serre.
Gaza deve fronteggiare una vera e propria apocalisse ambientale: 61 milioni di tonnellate di macerie, fra le quali si nascondono 100.000 tonnellate di esplosivi, sostanze chimiche pericolose e metalli pesanti che inquinano il suolo.

Secondo un rapporto dell’Onu, più del 60% della popolazione ha perso la propria abitazione, e circa un milione e novecentomila persone sono state costrette a sfollare più e più volte.

La ricostruzione appare un sogno lontano. L’Onu ha stimato che ricostruire Gaza richiederà almeno un decennio e costerà oltre 70 miliardi di dollari. Il Consiglio di Pace guidato dal presidente americano Donald Trump ne ha promessi 17, i paesi donatori hanno depositato solo l’1% di tale cifra.

L’Unicef stima che i palestinesi della Striscia siano costretti a sopravvivere con una disponibilità media giornaliera di 7 litri di acqua potabile (spesso di pessima qualità) e 16 litri d’acqua per uso domestico. Molte persone non hanno accesso neanche a queste minime quantità. La crisi idrica e la carenza di detergenti contribuiscono alla diffusione di infezioni e malattie, che raramente possono essere curate a causa della distruzione del sistema sanitario.

Diverse organizzazioni internazionali hanno denunciato il mancato accesso all’acqua come uno strumento di punizione collettiva utilizzato da Israele contro i palestinesi. Alle insopportabili condizioni di vita si somma il dolore dei sopravvissuti per gli innumerevoli lutti e le perdite subite.

In questo quadro di indicibile sofferenza, totale insicurezza e indigenza, Israele ha lanciato volantini in alcuni punti di Gaza coi quali invita gli abitanti a svolgere un ruolo di informatori per la forza occupante. I volantini esortano i palestinesi a contattare l’intelligence israeliana “per proteggere il proprio futuro e quello dei propri figli”.

Nel frattempo le forze armate israeliane hanno a più riprese lanciato attacchi aerei e bombardato numerose aree dal sud al nord della Striscia, uccidendo più di 800 persone dall’inizio del cessate il fuoco. Nickolay Mladenov, diplomatico bulgaro posto a capo del comitato esecutivo del Consiglio di Pace, ha inviato a Hamas una proposta che prevede il totale disarmo del movimento. Qualora Hamas rifiuti, il piano esenta Israele da obblighi cui avrebbe già dovuto ottemperare.

Nella fase 1 del cessate il fuoco, Israele avrebbe dovuto far entrare a Gaza almeno 200.000 tende e 60.000 abitazioni temporanee, termini che il governo Netanyahu non ha mai rispettato. Il rifiuto del piano Mladenov da parte di Hamas potrebbe fornire all’esercito israeliano il pretesto per riprendere operazioni militari su vasta scala nella Striscia.

L’unico ostacolo a un simile scenario è il logoramento dell’esercito dopo più di due anni e mezzo di guerra su più fronti. Le forze armate israeliane si stanno preparando a un possibile nuovo attacco all’Iran, e sono tuttora impegnate in una violentissima campagna militare in Libano dove stanno radendo al suolo interi villaggi malgrado il nominale cessate il fuoco in vigore anche in quel paese.

Il comandante dell’esercito Eyal Zamir ha lanciato l’allarme sulla crescente carenza di soldati. Ne andrebbero arruolati almeno 12.000, mentre in Israele infuria la polemica sull’esenzione dalla leva di cui ancora godono gli ultraortodossi.

Alla catastrofica realtà di Gaza corrisponde la situazione anch’essa drammatica della Cisgiordania dove, fra violenze dei coloni israeliani, costruzione di nuovi insediamenti, demolizioni ed espulsioni a Gerusalemme Est, prosegue il progetto di annessione condotto da Israele. A conferma del fatto che in tutti i territori palestinesi, non solo in quelli controllati da Hamas, l’obiettivo israeliano è lo stesso: liquidare la questione palestinese.

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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