Cina e Russia restano alleate di ferro, ma rispetto al gasdotto Power of Siberia 2 Jinping tiene sulla corda Putin
È stato un giorno color porpora quello trascorso da Putin con “il vecchio e intimo amico” Xi durante la sua ultima visita in Cina. Nella Grande Sala del Popolo a Pechino, tra guardia d’onore schierate, cannoni e bambini che sventolano insieme il tricolore russo e la bandiera cinese, la coreografia era studiata per celebrare la solidità dell’asse Mosca-Pechino che non si incrina. Sul tavolo del banchetto anatra alla pechinese, prosciutto di Jinhua, tè per le delegazioni che hanno affrontato soprattutto il dossier Teheran e quello energetico. Xi lo ha chiarito senza ambiguità: “Le relazioni tra Cina e Russia hanno raggiunto questo livello perché siamo stati in grado di approfondire la fiducia politica reciproca e la cooperazione strategica”; l’amicizia tra presidenti e Paesi ha saputo procedere in questi anni a colpi di accordi di cooperazione e pacche sulle spalle, ma la tradizionale cautela cinese, la rituale prudenza strategica di Xi, anche questa volta non sono venute meno. Non sono stati ancora forniti infatti dettagli cruciali, costi complessivi dell’infrastruttura strategica e tempistiche operative del grande progetto Power of Siberia 2, uno dei principali motivi dell’ultima visita del presidente russo. L’accordo per il grande gasdotto (ha una capacità di 50 miliardi di metri cubi all’anno, collegherà i giacimenti di gas russi via Mongolia alla Cina) è stato oggetto di discussioni “serie e molto dettagliate” tra Putin e il leader cinese Xi, ha riferito Mosca, ma resta ancora privo degli elementi più delicati.
Mercoledì il Cremlino ha confermato che è stata raggiunta un’intesa generale con la Cina, “Il presidente ha affermato durante i colloqui che, nel complesso, esiste già un’intesa condivisa sui parametri principali per Power of Siberia 2″, ha assicurato il portavoce Dmitry Peskov ai media nazionali, ma sul sito del Cremlino, tra i documenti firmati e pubblicati, è proprio quello dell’accordo energetico a mancare. Maggiori dettagli sono arrivati dal primo vice primo ministro russo Alexander Novak, secondo cui Pechino necessita di forniture di petrolio russo stabili e di lungo periodo, oltre che di un ulteriore aumento dei volumi esportati; ha sottolineato come le consegne della domanda energetica siano già cresciute del del 10% in quattro mesi. Comunque, nemmeno le crescenti difficoltà economiche hanno piegato Putin a cedere sul terreno negoziale rispetto al prezzo al ribasso che vuole imporre Pechino per un gasdotto che rappresenta l’unica vera possibilità per Mosca di compensare le perdite di esportazioni verso l’Europa.
Trump era appena andato via dalla stessa sala cinese, quando Putin e Xi hanno sferrato un colpo contro la sua politica nucleare “irresponsabile”, contro il suo piano per lo scudo antimissile Golden Dome. In una dichiarazione congiunta arrivata al termine del vertice lo hanno accusato di compromettere la stabilità strategica globale e alterare gli equilibri della deterrenza nucleare, di aver lasciato scadere, a febbraio scorso, il trattato che limita gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia. Mosca aveva proposto di estenderne i limiti relativi a missili e testate atomiche, per evitare il definitivo smantellamento dell’ultimo grande argine alla corsa agli armamenti.
I conflitti di Putin e Trump si stanno trasformando in boomerang economici per entrambe le potenze: sono crisi che imboccano brusche accelerazioni e le loro vie d’uscita si fanno sempre più strette. Con Mosca impantanata nella guerra contro Kiev e Washington invischiata nella crisi con Teheran, a vincere, anche nell’ultima settimana, è stata Pechino, percepita ormai come pilastro di stabilità e diplomazia globale indispensabile. Oggi a Pechino c’è la delegazione pachistana, grande mediatrice nella guerra tra Usa e Iran.