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Immigrati e nuove generazioni, in Italia poca integrazione e diritti ancora limitati: così il “divario di cittadinanza” alimenta l’esclusione

Analisi sul Decimo rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni sulle politiche per l'istruzione e lavoro in Europa tra il 2015 e il 2024: miglioramenti diffusi ma non nella Penisola, tra spreco dei cervelli e limitazioni alla reale parità
Immigrati e nuove generazioni, in Italia poca integrazione e diritti ancora limitati: così il “divario di cittadinanza” alimenta l’esclusione
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Il disagio psichico di Salim El Koudri, l’italiano di seconda generazione che sabato 16 maggio nel centro di Modena ha lanciato la sua auto su una decina di passanti riducendone quattro in condizioni critiche, potrebbe rappresentare la punta di un iceberg. Non un iceberg di radicalizzazione, come alcune forze politiche sostengono per alimentare la loro campagna di propaganda xenofoba: una montagna di difficoltà degli immigrati su integrazione, inserimento al lavoro, ottenimento di una reale condizione di parità sociale, lavorativa, economica. Una montagna sempre più difficile da scalare per troppi cittadini, che si traduce in isolamento, perdita di opportunità, depressione, problemi di salute mentale.

La questione è gigantesca e spesso sottostimata o occultata da governi, forze politiche, strutture di welfare. Il problema viene derubricato o lasciato alle reti di solidarietà sociale dal basso. Ma i bisogni sono enormi e le risposte carenti o del tutto assenti. Nel 2024, gli immigrati rappresentano circa il 13% della popolazione dell’Ue a 27, una quota che sale al 15,5% nei Paesi dell’Ue-14, dove risiede la maggior parte dei residenti nati all’estero. In questo gruppo di Stati un residente su sei è nato fuori dai confini nazionali. In Italia i cittadini non dell’Unione europea costituiscono il 9,4% della popolazione totale. Le seconde generazioni, i figli di immigrati residenti e i minorenni che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, a inizio 2025 in Italia erano oltre 1,3 milioni di persone. Mentre nell’ultimo decennio il numero di minorenni stranieri in Italia è leggermente diminuito (-4,5%), è aumentato significativamente il numero di giovani di origine straniera che diventano cittadini italiani, contribuendo alla crescita delle “nuove generazioni” multiculturali.

A svelare le difficoltà di questa enorme fascia di cittadini che vengono di fatto marginalizzati arriva ora un’analisi intitolata non casualmente “Integrazione degli immigrati in Europa: progressi reali ma la convergenza resta un miraggio”. Lo studio prende le mosse dai risultati del Decimo rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni, curato da Tommaso Frattini e Anissa Bouchlaghem. Tra i risultati più rilevanti, svela che l’ultimo decennio ha trasformato profondamente il volto demografico e sociale dell’Europa perché l’immigrazione non è più un fenomeno transitorio, ma una componente strutturale necessaria per contrastare l’invecchiamento della popolazione, la carenza di manodopera e garantire la sostenibilità dei sistemi di welfare. Tuttavia, l’analisi condotta da Frattini e Bouchlaghem sui microdati raccolti tra il 2015 e il 2024 nell’ambito dell’indagine europea sulla forza lavoro rivela un paradosso: a fronte di significativi progressi assoluti dei migranti, la convergenza sui diritti con i cittadini italiani rimane limitata e disomogenea.

La ricerca di Bouchlaghem e Frattini svela un’Italia che presenta dinamiche significativamente diverse dal trend di crescita rapida dell’immigrazione segnato da Paesi come Malta, Cipro, Spagna o Germania. Mentre in questi Paesi tra il 2015 e il 2024 la quota di immigrati è aumentata drasticamente, in Italia nel decennio analizzato la popolazione straniera rimasta sostanzialmente stabile. Il dato più critico per l’Italia riguarda però la convergenza tra le dinamiche sociali, occupazionali ed economiche dei cittadini italiani e quelle degli immigrati. Mentre Stati come Danimarca e Svezia hanno ridotto il divario occupazionale tra nativi e migranti, in Italia il “citizenship divide” si è invece ampliato. Questo fenomeno non è dovuto a un crollo dell’occupazione tra gli immigrati, ma al fatto che l’occupazione dei cittadini italiani è aumentata in modo molto più significativo, lasciando i lavoratori stranieri in una posizione di relativo svantaggio. Insomma, l’Italia fatica più di altri Paesi a far sì che i migranti beneficino delle fasi di crescita del mercato del lavoro con la stessa intensità della popolazione locale.

Il trend europeo dell’ultimo decennio mostra un chiaro miglioramento dei profili di integrazione sociale, lavorativa ed economica dei migranti. Sul fronte dell’istruzione, la percentuale di migranti con istruzione terziaria è passata dal 26% del 2015 a quasi il 32% nel 2024. Quanto al lavoro, la probabilità degli immigrati di essere occupati è aumentata, con uno spostamento graduale dalle professioni elementari (scese dal 21,5% al 18,5%) verso impieghi più qualificati (saliti dal 29% al 34%).

Ma queste medie positive non si traducono in una riduzione dei divari relativi. Poiché anche i cittadini italiani hanno registrato miglioramenti simili o superiori (l’istruzione terziaria tra i nativi è balzata dal 30% al 38%), il divario occupazionale è rimasto bloccato intorno ai dieci punti percentuali. Un fattore determinante in questa stasi è il cambiamento della composizione migratoria: la quota di migranti extra-Ue è cresciuta sostanzialmente e proprio questo gruppo affronta le barriere più alte, con un gap occupazionale di circa 11 punti rispetto ai soli 2 punti dei migranti intra-Ue.

L’analisi di Frattini e Bouchlaghem evidenzia che l’integrazione non può essere misurata solo dall’accesso al lavoro, ma deve riguardare la qualità occupazionale e il problema del cosiddettobrain waste. Si tratta di quello “spreco dei cervelli” che colpisce chi ottiene buoni risultati nell’istruzione ma poi non riesce a tramutarli in un lavoro allineato con i propri studi. Esattamente la situazione lamentata da El Koudri nelle sue deliranti email. In tutta Europa, gli immigrati hanno 12 punti percentuali in più di probabilità rispetto ai cittadini italiani di finire in occupazioni elementari e a bassa retribuzione. Nonostante un lieve miglioramento dello status occupazionale (misurato tramite l’indice Isei), lo “spreco di cervelli” è un dramma diffuso: molti migranti altamente qualificati sono impiegati in mansioni per le quali sono sovraqualificati, poiché le loro competenze non vengono pienamente valorizzate. Questo non solo riduce i benefici economici individuali, ma causa frustrazione, depressione, isolamente sociale e, a livello generale, rappresenta un’inefficienza sistemica per l’intera economia europea.

Il rapporto di Bouchlaghem e Frattini suggerisce dunque che l’integrazione non è un processo automatico. Sebbene i migranti siano oggi più istruiti e più inseriti nel mercato del lavoro rispetto a dieci anni fa, i problemi strutturali rimangono profondi. Per questo le politiche di integrazione devono affrontare ostacoli che vanno oltre l’istruzione formale, quali il riconoscimento delle qualifiche straniere e l’accesso alle professioni regolamentate, la formazione linguistica precoce e l’assistenza mirata nella ricerca di lavoro e la lotta alla discriminazione e il potenziamento delle reti di contatti con i datori di lavoro.

La sfida principale nel prossimo decennio sul fronte dell’immigrazione, soprattutto in Italia, non sarà più quindi solo “far lavorare” i migranti, ma favorire la loro mobilità professionale. Senza interventi che permettano ai lavoratori stranieri di passare da impieghi di basso livello a posizioni che rispecchino la loro reale capacità e produttività, la Penisola e l’Europa falliranno la sfida dell’integrazione, creando sacche di emarginazione e di risentimento, e non riusciranno a sfruttare appieno il potenziale migratorio per rispondere alla pressante sfida della demografia. La lezione dell’ultimo decennio è chiara, ci dicono i dati e le analisi di Tommaso Frattini e Anissa Bouchlaghem: c’è stato un progresso reale, ma senza una piena convergenza dei diritti tra cittadini italiani e immigrati. Se questo “divario di cittadinanza” non verrà affrontato, le lacune continueranno a pesare su salari, produttività e coesione sociale di una fascia ampia e giovane della popolazione.

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