“La guerra non allarma abbastanza i politici, alziamo la voce”: su “Io scelgo” la petizione delle donne che chiedono di mobilitarsi per la pace
Nel silenzio della politica, le piazze delle donne si muovono per chiedere la pace. È una spinta dal basso, nata dai piccoli presìdi sparsi per l’Italia e che ora è diventata un appello per una grande manifestazione in programma il prossimo 21 giugno a Roma. A sostenerlo la comunità diffusa “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace” che ha raccolto le firme di 320 intellettuali, giornaliste, scrittrici, registe e cantanti. Tra le prime sostenitrici figurano: Dacia Maraini, Nadia Terranova, Margarethe von Trotta, Emma Dante, Fiorella Mannoia, Ginevra Bompiani, Serena Dandini, Marisa Laurito, Monica Guerritore, Alessandra Bocchetti. Ora è possibile aggiungere la propria firma anche su “Io scelgo”, la piattaforma di petizioni de il Fatto quotidiano (firma qui).
I raduni sono iniziati due anni fa, i primi a Pinerolo e Milano: gruppi di donne si sono incontrate “per reagire e agire in modo non violento alle terribili guerre in atto”, racconta una delle promotrici Clelia Pallotta. Manifestazioni durante le quali le donne, in 170 luoghi da Nord a Sud, hanno anche deciso di esporre arazzi colorati che loro stesse hanno realizzato a mano, proprio come alla fine degli anni ’40 quando le donne dell’Unione donne in Italia (Udi) cucirono a mano le bandiere della pace contro la bomba atomica e il riarmo.
È stata solo la prima scintilla. Nel giro di poco tempo sono arrivate le prime adesioni del mondo della cultura. “Quando le donne fanno rete, cuciono sguardi e convinzioni”, racconta la scrittrice Nadia Terranova, tra le primissime ad aver aderito, “possono veramente rivoluzionare il mondo”. Un’unione che non vuole dire “eliminare le differenze”, ma “fare fronte comune su alcune battaglie importantissime. Perché la pace in questo momento è una priorità assoluta“. Un movimento nato mentre le istituzioni tacciono: “Non sento i nostri politici sufficientemente allarmati e attivi rispetto alle guerre che ci circondano, ci assediano e ci riguardano profondamente. Non sento una reazione sufficiente e quindi guardo alla società civile perché credo che in questo momento soltanto un urlo compatto di resistenza possa provare a scuotere qualcosa”. Per questo la decisione di aderire all’appello delle piazze di donne per la pace: “Non ho esitato un momento”, chiude Terranova. “Donne e pace, due parole meravigliose. Penso a Lisistrata (la commedia greca di Aristofane ndr) e a che cosa sono capaci di fare le donne. Ve lo ricordate cosa vuol dire Lisistrata? Colei che scioglie gli eserciti”. Nell’opera teatrale “le donne si rifiutano di partorire figli che vengono mandati a morire”. “È ancora sempre tutto lì, possiamo sempre essere Lisistrata, chiamare le altre a raccolta e chiedere di alzare la voce. Lo trovo bellissimo e confortante in questi tempi veramente veramente bui”.
Lo stesso spirito delle decine di donne che hanno deciso di unirsi alla comunità diffusa in tutta Italia. “Approfittare dell’assenza, diceva Carla Lonzi“, racconta ancora Pallotta che in questi giorni sta lavorando insieme alle altre promotrici per mobilitare più persone possibile in vista della manifestazione del 21 giugno. “Le donne marginalizzate ed espulse dalla storia patriarcale possono agire un’estraneità alla guerra, modalità storicamente maschile di risoluzione dei conflitti, e possono rivendicare una millenaria opera di cura e di amore per le creature viventi e per il mondo. Nelle guerre, le donne portano civiltà tra le macerie, curano, portano messaggi, nutrono, rassicurano, consolano. Mantengono in vita la vita anche in condizioni estreme. Un po’ come quelle in cui ci stiamo trovando in questo tempo perturbato e apparentemente senza amore per la vita”. E, ancora una volta, parte dalle donne l’esigenza di non stare a guardare: “Da qui arriva una spinta che può modificare alcune scelte, la visione collettiva delle cose. E comunque agire, fare qualcosa di pubblico” che “permetta di uscire dall’impotenza e di contrastare l’indifferenza”. Andare in piazza come il gesto pubblico per eccellenza, nella speranza che venga ascoltata la voce di tutte.