Detenuti “murati vivi” in celle senza acqua calda e tasso di sovraffollamento al 139%: il rapporto Antigone sulle carceri italiane
Carceri sempre più affollate e detenuti “murati vivi“. L’ultimo rapporto di Antigone, “Tutto chiuso”, sulle condizioni di detenzione in Italia, restituisce un quadro tutt’altro che positivo: anzi emerge un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale e sempre meno capace di garantire sicurezza.
Il quadro che emerge è quello di un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale e sempre meno capace di garantire sicurezza. Al 30 aprile di quest’anno nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%, con 73 istituti in cui supera il 150% e otto carceri in cui raggiunge, addirittura, il 200%. Solo 22 istituti in Italia non sono sovraffollati.
A contribuire al sovraffollamento, spiega ancora il rapporto, non è tanto “l’aumento della criminalità” anche perché “i reati in Italia restano sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%”, così come calano “anche gli ingressi in carcere e continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare, che oggi riguarda il 24,1% delle persone detenute”. A crescere, spiega il rapporto, sono “le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena”.
Ma soprattutto, denunciano dall’associazione, “il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere”. Secondo il rapporto oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione: “il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte”. Un sistema “che non reinserisce”, denunciano ancora, “produce solo più insicurezza”. D’altronde per evitare recidive servono percorsi di reinserimento, ma “gli investimenti” sono “largamente insufficienti”: solo il 29,3% delle persone detenute lavora – spiegano da Antigone – l’85,6% di queste lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università.
Per la prima volta, inoltre, rallenta il sistema delle misure alternative. Di fatto “si viene murati vivi”: tradotto, dal carcere si esce sempre meno. Secondo i dati di Antigone i dati sulle misure alternative alla detenzione come i servizi sociali sono in calo, le prese in carico erano state 26.151 nel 2024 mentre nel 2025 sono state 24.627. Lo stesso calo che si registra anche per la detenzione domiciliare: i nuovi casi sono passati da 14.247 nel 2024 a 13.519 nel 2025. L’inversione di tendenza è “allarmante” secondo l’associazione: mentre le celle si riempiono, infatti, gli strumenti che potrebbero alleggerire le pressioni sui penitenziari, quindi le misure alternative che favoriscono anche percorsi di reinserimento, vengono usati sempre meno. “Eppure alla fine del 2025, ben 24.348 persone detenute avevano un residuo pena inferiore ai tre anni e avrebbero potuto potenzialmente accedere a una misura alternativa. Tra queste, 7.790 persone avevano addirittura meno di un anno di pena residua da scontare”, si legge ancora nel rapporto
La situazione di essere “murati vive” si traduce anche nella quotidianità della vita in carcere. “Oltre il 60% delle persone detenute trascorre quasi tutta la giornata chiusa in cella. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica – denuncia ancora Antigone – Negli ultimi mesi circolari del Dap hanno ulteriormente limitato libertà di movimento, attività e aperture verso l’esterno”.
Misure che, secondo l’associazione, hanno contribuito ad aumentare la tensione nelle carceri: “Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono passate da 2.154 a 2.423 (+12,4%); le aggressioni tra persone detenute sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025 (+73%); gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono aumentati del 27,6%”. Per questo, secondo Tutto chiuso, dovrebbe essere la Polizia penitenziaria “che deve chiedere un ritorno al carcere aperto”.
Antigone denuncia anche la situazione strutturale degli istituti, analizzati andando a visitare 102 penitenziari. “In 11 erano presenti celle prive di riscaldamento, in 47 celle senza acqua calda, in 53 celle senza doccia. In 23 istituti, inoltre, il wc si trovava nello stesso ambiente in cui si cucina, una condizione che lede in modo evidente la dignità delle persone detenute”, denuncia l’associazione.
Nel rapporto, poi, non manca un alert sui suicidi. “Nel 2025 almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere. Dall’inizio del 2026 i suicidi sono già 24. In meno di un anno e mezzo sono morte suicide 106 persone detenute. Nel solo 2025 ci sono stati anche 254 decessi complessivi, il dato più alto registrato da decenni. Gli atti di autolesionismo restano oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti: significa che mediamente un detenuto su cinque compie gesti autolesivi”.
Numeri, concludono dall’associazione, che “raccontano una crisi strutturale, non emergenze isolate“.