Cinema

Amarga Navidad di Almodóvar delude Cannes, Zvyagintsev firma il capolavoro politico del festival

Il regista spagnolo nulla aggiunge a quanto nella sua filmografia abbia prima sperimentato e poi confermato. Il russo esule Andreï Zvyagintsev conquista invece il concorso con “Minotaur”, potente allegoria della Russia contemporanea

di Anna Maria Pasetti
Amarga Navidad di Almodóvar delude Cannes, Zvyagintsev firma il capolavoro politico del festival

Era tra i film più attesi, è risultato fra i più deludenti. Amarga Navidad di Pedro Almodóvar, il titolo di maggior richiamo del concorso a Festival di Cannes e nelle sale italiane da giovedì, è una cocente delusione. Non per tutti, sia chiaro, ma ci si chiede se non sia più il globale affetto reverenziale per il 76enne autore spagnolo ad aver dettato i favori e i doverosi applausi, piuttosto che la reale qualità dell’opera. Perché, di fatto, il buon Pedro nulla aggiunge a quanto nella sua filmografia abbia prima sperimentato e poi confermato, soprattutto con maggiore efficacia. Insomma, un testo già visto, “trito e ritrito”, laddove l’estetica almodóvariana fatta di colori accesi, abiti firmati, abitazioni cool e colonna sonora onnipresente viene riproposta senza modificare una virgola. Per non parlare della presenza massiccia femminile, in cui quasi tutte sono “donne sull’orlo di una crisi di nervi”, anzi, ci sono già dentro, ciascuna per un proprio valido motivo.

Il racconto è centrato sull’atto creativo di una sceneggiatura, quindi siamo nei territori della metanarrazione, e quanto vediamo sullo schermo si alterna fra il presente e il 2004, periodo in cui è ambientato lo script di un noto autore, interpretato dall’argentino Leonardo Sbaraglia, che per fattezze, età e modus vivendi non può che essere l’alter ego di Almodóvar. La storia si concentra su una regista, interpretata da Bárbara Lennie, che ha una relazione con un giovane stripper-pompiere e soffre di crisi di panico.

Ha realizzato soltanto due film diventati di culto; per il resto si circonda di amiche depresse o suscettibili e si trova improvvisamente ad affrontare la morte della madre. Senza dilungarci sulla trama, ciò che veicola Amarga Navidad è sostanzialmente il tema del rapporto “vampirizzante” tra finzione e realtà, interrogandosi fino a che punto la prima sia autorizzata ad appropriarsi della seconda. Qualcosa di già visto in almeno cent’anni di cinema, fino allo stesso festival nel film di Asghar Farhadi.

Esemplare, invece, è il sesto film del russo Andreï Zvyagintsev, Minotaur, portato in concorso a Cannes nove anni dopo Loveless. Implacabile, tesissimo, di uno straordinario rigore formale e con un’inquadratura finale tra le più belle di tutto il festival, il film è un remake di La femme infidèle di Claude Chabrol, perfettamente adattato però alla Russia contemporanea. Ambientato nel 2022, all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, denuncia la guerra senza mai mostrarla direttamente e mette in scena un personaggio “mitologicamente” mostruoso che governa un labirinto senza uscita per chiunque vi entri.

Ricchissimo titolare di un’azienda di trasporti, immanicato con le istituzioni, un vero oligarca, Gleb è sposato con una donna molto più giovane e ha un figlio adolescente. Quando scopre che la moglie Galina ha un amante, decide di risolvere “la questione” a modo suo, mentre parallelamente risponde alle esigenze governative ingannando un gruppo di aspiranti impiegati.

Senza scrupoli, l’uomo diventa metonimia del modus operandi della Russia di Vladimir Putin — ma non solo — che esercita il proprio potere attraverso spionaggio, inganno, manipolazione ed eliminazione fisica del nemico. Come in molte delle sue opere, Zvyagintsev costruisce il racconto a partire dalla famiglia, dove la dimensione domestica resta il cuore dell’agire umano, nel bene e nel male. Rilevante anche il ruolo dell’immagine e della fotografia, che persino quando riflette la realtà sembra aver perso il suo valore testimoniale. Esule a Parigi, il regista russo ha girato il film in Lettonia pur ambientandolo in una cittadina della provincia russa. E l’inquadratura finale, raccolta dall’oblò di un aereo, dove le nuvole bianche si mescolano allo smoke bomb, restituisce un mondo in cui bene e male diventano indistinguibili.

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