Nicolas Winding Refn è di nuovo a Cannes. Ma il suo Her Private Hell, fuori concorso, non convince, anzi ipnotizza fino al sonno. Specie se lo si “esperisce” al mattino presto. Nato da un’esperienza personale di “inspiegabile morte per mezz’ora”, il nuovo lavoro del regista cult danese di Drive (2011) e tante altre opere di indubbio valore, racconta il viaggio ossessivo di una ragazza alla ricerca del padre nei meandri di una città futuristica avvolta da una nebbia misteriosa. Ma la trama è poco rivelante: ciò che pare interessare a Refn è l’effetto sullo spettatore. La sua palette è fucsia – come in The Neon Demon del 2016 – la sua texture è rilucente, il mezzo illuminante è il neon, appunto. La psichedelia, l’imitazione superficiale di Lynch, il caos metafisico. Insomma, quando NWR si allontana dai territori che meglio riesce a sublimare come la strada, la violenza, un certo tipo di mistero, eccolo scodellare prodotti più a effetto che di sostanza.
E sullo stesso piano, seppur con estetiche differenti, è parso L’inconnue, il secondo lungometraggio del francese Arthur Harari, che ricordiamo co-sceneggiatore premiato con l’Oscar per Anatomia di una caduta, film vincitore della Palma d’oro nel 2023. Opera che esplora la fantascienza concettuale, mette al centro il misterioso scambio di corpo tra due personaggi in seguito a un rapporto sessuale. Lui è un fotografo, lei una cameriera arrivata dalla Germania: si “riconoscono” a una festa, fanno sesso, al risveglio, lui si accorgere di “vivere” nel corpo di lei. Il tema è naturalmente quello dell’identità persa, ricercata, ricostruita. Co-prodotto peraltro dall’Italia, il film ha il pregio di lasciare domande irrisolte, dunque di non spiegare, ma di far “vivere” i suoi protagonisti in questo delirio di metempsicosi che, di fatto, arriva a imprigionarli. Purtroppo a non soddisfare sono le scelte estetico-narrative de L’inconnue, girato con poca grazia, avvolto da una colonna sonora onnipresente e fastidiosa. Dal punto di vista della recitazione, Léa Seydoux e Nils Schneider fanno quello che possono, ma non riescono a salvare un’opera di mediocre fattura.
È invece davvero notevole, ma da lui era facile aspettarselo, il sesto lungometraggio di Cristian Mungiu, il regista romeno “scoperto” dal Festival di Cannes dove vinse nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni e dove ha continuato a presentare i suoi lavori. Titolato Fjord, mette in scena l’insediamento di una famiglia formata dal padre romeno, la madre norvegese e da cinque figli in una cittadina della Norvegia. Cattolici devoti, i Gheorghiu si trovano al centro di un’accusa da parte del governo norvegese che li porta ad affrontare l’allontanamento forzato dei figli e un processo. Il racconto è l’occasione per Mungiu, anche e come sempre autore di una sceneggiatura perfetta e stratificata, di mettere a confronto e in conflitto due sistemi sociali e culturali distanti: da una parte quello norvegese basato sulla tutela della cittadinanza da parte della istituzioni, che ne detiene il controllo, dall’altra quello romeno ancora attraversato dal patriarcato e da un’idea di famiglia tradizionale, ma anche da una società ove il singolo pratica l’arte di arrangiarsi tra le pieghe della corruzione e della burocrazia che lo macerano. Chiaramente Mungiu non giudica, ma “espone” le aberrazioni di due sistemi apparentemente non conciliabili, se non attraverso l’amicizia spontanea nata tra la figlia adolescente dei Gheorghiu e quella del preside, vicino di casa. Un’amicizia che manifesta la possibilità di una terza via, quella dei giovani, che possono uscire dalle logiche estreme delle rispettive culture. Prima opera girata fuori dalla Romania, questa di Mungiu costituisce comunque un continuum con il suo sguardo estetico e politico: dialoghi asciutti, rigore nella regia e nell’uso dello spazio, lunghe riprese e grande capacità di dirigere gli attimi attori, in questo caso un irriconoscibile Sebastian Stan e Renate Reinsve, la più nota attrice norvegese, apprezzata in Sentimental Value.