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Ultimo aggiornamento: 10:29

Travaglio: “Sempio? Per molti giornali è un assassino conclamato senza neanche un’udienza preliminare. I magistrati con cui parlo sono basiti”

Il direttore del Fatto denuncia un panorama mediatico segnato da doppi standard clamorosi, dove i potenti restano intoccabili e i cittadini normali diventano carne da talk show
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Sempio è già un assassino conclamato senza che ci sia stata nemmeno un’udienza preliminare o un rinvio a giudizio, mentre un politico resta presunto innocente anche dopo la condanna definitiva della Cassazione. Abbiamo semplicemente invertito tutto“. Così, ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, torna sul delitto di Garlasco, riprendendo e approfondendo il suo editoriale dedicato ad Andrea Sempio.
Il conduttore Gianluca Fabi gli chiede cosa accadrebbe se un parlamentare qualsiasi ricevesse lo stesso trattamento riservato al 38enne incensurato, e Travaglio risponde disegnando un quadro impietoso delle storture del sistema mediatico-giudiziario italiano.
“Intanto, è difficile immaginare Sempio parlamentare, perché è incensurato – esordisce ironicamente il direttore del Fatto – Questo lo rende già inadatto alla funzione”. E sottolinea il paradosso più clamoroso: mentre i politici godono di una privacy quasi assoluta, protetti dalla legge Bavaglio e dal divieto di intercettazione senza autorizzazione parlamentare, i cittadini comuni finiscono sbattuti sulle prime pagine e nelle homepage dei siti per mesi, marchiati come assassini ancora prima di qualsiasi rinvio a giudizio. “Parliamo di gente normale – precisa Travaglio – gente che va a fare la spesa, gente che fa il commesso in un supermercato, gente che va in giro in bicicletta”.

Poi si sofferma sulle intercettazioni di Sempio, finite in prima pagina: “Ieri ho visto sull’homepage di un grande quotidiano gli audio che incastrerebbero Sempio, e ho detto: ‘Oh, finalmente possiamo sentire il tono della voce’. Invece, del contenuto tanto annunciato ho ascoltato ben poco. Ho sentito il rumore di un motore dell’auto, non si sente una parola che sia una, se non quando sale la sua amica alla quale lui dice “poi ti ascoltano” e lì finisce tutto”.
Travaglio aggiunge che sotto quella trascrizione si poteva scrivere qualsiasi cosa, proprio perché mancava completamente il contesto sonoro che permetteva di capire se si trattasse di battuta, ironia o paradosso.
E torna a stigmatizzare il doppio standard secondo cui i potenti restano intoccabili e i cittadini normali diventano carne da talk show: “Conosciamo bene il linguaggio della cronaca giudiziaria quando c’è un potente: anche se lo condanna la Cassazione, i giornali continuano a scrivere col condizionale o sottolineando la dicitura ‘presunto colpevole’. Sono presunti colpevoli anche dopo la condanna definitiva – aggiunge sarcasticamente – Sempio invece è già un assassino conclamato e sicuro senza che un giudice abbia mai detto la sua su questo. La legge Bavaglio però deve valere per tutti, non solo per i politici. Quindi, o vietano di pubblicare tutto o ci lasciano pubblicare tutto”.

Il direttore poi denuncia con forza l’ipocrisia della gran parte della stampa italiana, che applaudì l’approvazione della legge Bavaglio sostenendo che servisse a proteggere la politica dalle intercettazioni “brutte e inutili”, per poi violare allegramente quella stessa legge quando si tratta di un cittadino qualunque. “Hanno pubblicato persino le intercettazioni dei genitori di Chiara Poggi che parlano con il loro avvocato – sottolinea sconcertato – Un colloquio tra l’avvocato e i clienti che sono la parte civile, cioè le vittime del reato. E nessuno si è scandalizzato. Immaginate se al posto dei signori Poggi ci fosse stato qualche potente o qualche politico: starebbe già venendo giù il Parlamento, Nordio avrebbe già mandato gli ispettori, sarebbe successo il finimondo”.
Il direttore del Fatto, che da quarant’anni segue le aule di giustizia, mette infine in evidenza la contraddizione giuridica più profonda dell’inchiesta bis su Sempio: “Io non ho mai visto che si tenti di processare qualcuno per lo stesso reato per cui è già stato condannato un altro in via definitiva“. E spiega che, anche ammettendo l’ipotesi del concorso (già di per sé ardita), non si può sostenere che il delitto l’abbia commesso solo Sempio senza prima smontare la condanna di Alberto Stasi: “I magistrati con cui parlo sono basiti, non ci credono che stiamo vedendo quello che sta avvenendo“.

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