Il mondo FQ

Omicidio Vassallo, i 6 punti contro il proscioglimento del colonnello Cagnazzo nel ricorso di Raffaele Cantone

Ecco il contenuto delle 25 pagine firmate dal procuratore e dalla pm Elena Guarino: "Depistaggi, telefonate sospette e testimonianze ignorate". Alcune parti delle motivazioni della sentenza di non luogo a procedere, è scritto, sono frutto di una "ingenuità ricostruttiva imbarazzante"
Omicidio Vassallo, i 6 punti contro il proscioglimento del colonnello Cagnazzo nel ricorso di Raffaele Cantone
Icona dei commenti Commenti

Sono bastate 25 pagine alla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Salerno – pm Elena Guarino, procuratore Raffaele Cantone – per spiegare le ragioni per cui il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo deve essere rinviato a giudizio per l’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo. E perché la decisione del Gup di Salerno Riccardo Rossi “di non luogo a procedere” è definita, in un passaggio, di una “ingenuità ricostruttiva imbarazzante”.

Il ricorso alla Corte di Appello che chiede di riaprire il processo anche per Cagnazzo, che ilfattoquotidiano.it può rivelarvi in anteprima, si fonda su almeno sei punti di critica alle motivazioni di una sentenza di proscioglimento “ampiamente censurabile”. Sentenza che, secondo i pm, non affronterebbe “i gravi e concordanti elementi indiziari del tutto inesistenti nelle valutazioni del Gup sul coinvolgimento di Cagnazzo nell’omicidio sulla base di un previo accordo, emersi dallo svolgimento delle indagini, anche a prescindere dalle dichiarazioni rese da Romolo Ridosso e da Eugenio D’Atri (i due collaboratori che hanno riaperto il caso, ndr)”.

Va ricordato che Cagnazzo avrebbe concorso all’omicidio, sostiene la Dda, “mediante rafforzamento dell’altrui proposito criminoso basato su un’ipotesi di previo accordo con gli autori/mandanti dell’omicidio” e questo accordo sarebbe “strettamente legato all’azione di depistaggio attuata dal Cagnazzo ed in particolare al momento iniziale in cui la stessa è stata posta in essere”.

In sintesi: la presenza di Cagnazzo nella scena del crimine cinturata dai carabinieri poche ore dopo l’assassinio e le stranezze del suo comportamento in quel momento e in quel luogo; il prelievo irrituale e la successiva manipolazione delle immagini di una telecamera di videosorveglianza; una informativa redatta pochissimo tempo dopo, sulle basi di quelle risultanze manipolate, per indirizzare le indagini verso uno spacciatore di origini brasiliane, indicando “fonti confidenziali” anonime, non ricordate nei successivi interrogatori.

“E’ talmente breve il limite temporale tra la morte del Sindaco e l’azione di sviamento delle indagini – si legge nel ricorso – che non è possibile ritenere che la sua attività di depistaggio (di Cagnazzo, ndr) sia stata fondata su una conoscenza postuma in quanto, proprio perché iniziata subito dopo la commissione dell’omicidio, necessariamente presupponeva una previa intesa con gli altri imputati”.

Ed eccoci ai punti fondanti dell’appello.

Il primo: il giudice avrebbe trascurato le parole di Emilia D’Albenzio, l’ex moglie del brigadiere Lazzaro Cioffi, lui invece rinviato a giudizio insieme all’imprenditore Giuseppe Cipriano, che associa Cagnazzo alle condotte di Cioffi in una intercettazione del 25 aprile 2018.

Il secondo: le motivazioni di proscioglimento non valuterebbero le dichiarazioni di Antonella Mosca, l’ex compagna del collaborante Romolo Ridosso, nelle parti in cui riferiva che Ridosso, quando manifestava timore per la propria incolumità, dopo aver partecipato a un sopralluogo preparatorio all’omicidio, non parlava solo di Cioffi ma anche del “maggiore” (il grado dell’epoca di Cagnazzo).

Il terzo: la sentenza non spiegherebbe “la straordinaria preoccupazione di Cagnazzo, in un momento in cui non era sfiorato da alcun sospetto, di ricordare ai partecipanti alla cena presso il Ristorante ‘da Claudio’ che la sera precedente erano stati assieme”.

Il quarto: l’agente immobiliare Pierluca Cillo, depositario delle ultime confidenze di Vassallo, indica Cagnazzo e i fratelli Palladino “come i soggetti coinvolti nel traffico di droga ‘scoperto‘ da Vassallo prima di essere ucciso” ed anche questa cosa non viene trattata.

Il quinto: Cagnazzo ospita Cioffi ad Acciaroli dall’11 al 13 agosto 2010, quasi un mese prima del delitto (avvenuto la sera del 5 settembre). Il brigadiere lo giustifica alla moglie dicendo “che è in servizio” ma non è vero, ricordano i pm.

Il sesto: Cagnazzo e Cioffi smettono di sentirsi al telefono il 20 agosto 2010 (tranne un contatto il 27 agosto) e riprenderanno a chiamarsi solo il 21 settembre, due settimane dopo l’omicidio. Il 20 agosto 2010 è il giorno in cui Vassallo scopre l’esistenza del traffico di droga al porto di Acciaroli che intendeva denunciare e nel quale aveva lasciato capire a poche persone che erano coinvolti degli insospettabili, senza farne i nomi. Fu ucciso – secondo la ricostruzione inquirente – per zittirlo.

Ed è proprio sull’assenza di telefonate tra Cagnazzo e Cioffi che le visioni di pm e giudice divergono totalmente. Per il Gup l’inesistenza di chiamate tra i due dimostrerebbe l’assenza di un’intesa preventiva. Per la Procura invece “persone esperte e del calibro professionale come i protagonisti della vicenda, non avrebbero mai commesso l’ingenuità di utilizzare contatti telefonici in prossimità del delitto”. Inoltre i contatti telefonici del 20 e del 27 agosto avvengono proprio mentre Vassallo organizza le iniziative di controllo del territorio e si era rivolto a un pm di Vallo della Lucania, Alfredo Greco, per iniziare a segnalargli i “gravi fatti” su cui poi avrebbe dettagliato i nomi in una denuncia che non fece in tempo a formalizzare. E poi “l’anomalia di tale assenza di rapporti tra l’Ufficiale ed il suo principale collaboratore costituisce uno straordinario riscontro alle dichiarazioni D’Atri/Ridosso per cui Cagnazzo aveva intimato a Cioffi di sparire dalla circolazione”, sostengono i pm che, anche per questo, insistono nel voler processare Cagnazzo.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione