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“Inaccettabili 54 licenziamenti in Alexander McQueen, a rischio l’intera filiera. Stanno facendo l’elefante a fette, ma mentre tagliano cercano personale all’esterno”: sciopero generale dei dipendenti Kering il 20 maggio

I sindacati denunciano il mancato confronto sul progetto "ReconKering" e l'assenza di ammortizzatori sociali per i 54 esuberi del marchio britannico. Le richieste: ritiro della procedura, ricollocamenti interni e tutele per l'intera filiera

di Ilaria Mauri
“Inaccettabili 54 licenziamenti in Alexander McQueen, a rischio l’intera filiera. Stanno facendo l’elefante a fette, ma mentre tagliano cercano personale all’esterno”: sciopero generale dei dipendenti Kering il 20 maggio

A ottobre 2025, quando i lavoratori Kering incrociarono le braccia, qualcuno provò a ridurre quella protesta a una vertenza sullo smart working. Oggi, con il piano ReconKering presentato ai mercati, il caso Alexander McQueen aperto e 54 esuberi dichiarati tra Scandicci, Novara e Parabiago, quella lettura appare quantomeno parziale. Per la Filctem Cgil il punto era già allora un altro: il progressivo deterioramento delle relazioni sindacali e l’esclusione dei rappresentanti dei lavoratori dalle scelte strategiche del gruppo. Ora quello scenario, secondo il sindacato, si è fatto molto più concreto e il 20 maggio è stata proclamata una nuova giornata di mobilitazione. Al centro ci sono i licenziamenti in Alexander McQueen, ma il perimetro della protesta è più ampio e riguarda l’intero piano di riorganizzazione di Kering, il gruppo francese proprietario, tra gli altri, di Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga e Brioni. ReconKering è stato presentato da Luca de Meo come la strategia per riportare il gruppo su una traiettoria di crescita, ridurre inefficienze, razionalizzare la rete retail, rafforzare i brand e raddoppiare nel medio periodo la marginalità operativa. Ma per la Cgil manca il passaggio fondamentale: dire con precisione quale sarà il costo sociale di questa ristrutturazione. Ne abbiamo parlato con Massimo Bollini, coordinatore nazionale per la Filctem Cgil, che ci ha spiegato perché il caso McQueen rischia di essere solo l’inizio di un terremoto sociale molto più ampio.

Bollini, avete proclamato lo sciopero generale per il 20 maggio. Qual è l’elemento che ha fatto precipitare la situazione?
“Siamo sempre più persuasi e convinti che il piano ‘ReconKering’, che sicuramente è necessario, non possa non essere discusso. Non possono nasconderci quale sarà l’impatto sui livelli occupazionali interni e, di conseguenza, l’impatto ben superiore su tutte le catene di fornitura dei vari brand. Noi abbiamo la necessità di andare in chiaro per capire complessivamente quali sono i problemi, dove si trovano e cosa comporteranno i cambiamenti. Di fronte a questa incertezza, abbiamo capito che stanno cercando di fare l’elefante a fette. E noi non ce lo possiamo permettere.”

Il punto di rottura più forte sembra essere la gestione della vertenza Alexander McQueen.
“Non possiamo accettare che in un gruppo di questa portata sia sostanzialmente impossibile aprire gli ammortizzatori sociali. Non lo comprendiamo perché dappertutto si usano per gestire gli impatti occupazionali e il disagio sociale causato dagli esuberi. Con un ammortizzatore sociale saremmo nelle condizioni di correggere il tiro e riqualificare le persone. Invece, cosa stiamo vedendo? Che mentre c’è una procedura di esubero in Alexander McQueen, l’azienda cerca nuovo personale sul mercato esterno, senza andare a recuperare le persone a rischio.”

Ci può spiegare meglio questo passaggio? Stanno cercando all’esterno figure simili a quelle che stanno licenziando?
“Durante i primi 40 giorni della procedura di Alexander McQueen, abbiamo fatto una ricerca e sono saltate fuori 35 posizioni aperte in giro per l’Italia, in zone limitrofe a dove noi abbiamo il problema. Di tutte queste posizioni, i nostri lavoratori non erano stati assolutamente contattati. Gliel’abbiamo urlato contro. Non posso tollerare che, mentre butti fuori lavoratori dai laboratori di McQueen, cerchi figure simili all’esterno e non peschi tra gli esuberi. L’ammortizzatore sociale serve proprio alla riqualificazione, non è un costo per Kering, ma si appoggia a progetti e stanziamenti regionali pensati per la ricollocazione professionale.”

Entrando nel dettaglio, chi sono i 54 esuberi di McQueen e dove si trovano?
“Le procedure sono dislocate in tre realtà territoriali: Scandicci, Novara e Parabiago, con la massa più grande concentrata a Scandicci e Novara. Si tratta di personale altamente qualificato: sono tutti coloro che all’interno di Alexander McQueen gestivano l’allestimento dei campionari, le sfilate, la prototipia e lo sviluppo prodotto.”

Tagliare professionalità così specifiche avrà sicuramente ricadute sulla filiera esterna.
“Certo, se c’è un taglio lineare interno, ci sarà un taglio lineare anche sotto. L’impatto sulle filiere sarà tutto da stimare, ma alcuni dati li abbiamo già. Nel solo territorio di Firenze, considerando che Kering ha la prevalenza dei volumi produttivi, e al netto della più ampia crisi del settore, si stima già oggi una perdita di 2.500 posti di lavoro nella filiera. È un dato conclamato e non banale.”

Kering ha da poco presentato il piano ‘ReconKering’ con l’obiettivo di raddoppiare la marginalità entro il 2030. Come valutate questo progetto?
“Gli obiettivi sono talmente ambiziosi che ci fanno tremare i polsi. Come fai a raddoppiare la marginalità in tre anni (il primo target intermedio del piano, ndr) nello scenario di mercato attuale, con queste condizioni? E poi, come abbiamo preso il piano? Non l’abbiamo preso, perché noi sindacati siamo gli unici a cui non è stato presentato nel dettaglio. Sappiamo cosa faranno e possiamo immaginare cosa comporta, ma noi dobbiamo avere chiarezza sulla ricaduta di questi nuovi modelli. Non posso commentare se nessuno mi spiega come intendano limitare l’impatto sociale facendo un’operazione di risanamento che riconosciamo essere indispensabile.”

L’azienda si è rifiutata di incontrarvi per spiegarvelo?
“Il 5 febbraio avevamo fatto un incontro con il CEO de Meo, dove ci eravamo dati appuntamento successivo alla presentazione ufficiale del piano agli investitori. Ora c’è bisogno che chiamino i sindacati e ci spieghino tutto. Peccato che noi abbiamo chiesto l’incontro e loro lo hanno declinato.”

Declinato in modo netto?
“Sì. A questo punto è evidente che dobbiamo mettere in campo azioni, nostro malgrado, che rimettano al centro la necessità di confrontarci. Non possono essere solo i lavoratori a pagare la crisi.”

Kering attribuisce le difficoltà all’andamento globale del settore lusso, in forte contrazione. Voi come leggete la situazione?
“La crisi di Kering non deriva esclusivamente dalla congiuntura internazionale o dalle difficoltà del mercato. Purtroppo, questa crisi ha dei risvolti tutti interni a Kering, figli delle scelte e delle politiche adottate dal gruppo negli ultimi tre o quattro anni. Chi dice che la crisi di Kering sia dovuta solo alla situazione internazionale, mente sapendo di mentire.”

Quale partecipazione vi aspettate per lo sciopero del 20 maggio?
“Abbiamo appena iniziato a fare le prime assemblee, quindi è prematuro sbilanciarsi, ma il clima nelle aziende è già abbastanza pesante. Ci aspettiamo sicuramente un’adesione con una consapevolezza molto più alta rispetto all’autunno scorso, perché la gente oggi è molto più cosciente della realtà che vive quotidianamente, che è ben diversa da quella che viene raccontata. Qualcuno aveva dichiarato che noi avevamo scioperato a novembre per la questione dello smart working. Falso. Noi avevamo scioperato per un abbandono delle normali relazioni sindacali. Avevano iniziato a imporre un metodo che escludeva ogni discussione con i livelli di rappresentanza. Oggi quell’ambiguità è sciolta e le ragioni di quello sciopero sono chiare a tutti. Quello che sta accadendo in McQueen è il primo passo di una riorganizzazione interna più grande, e abbiamo paura che i numeri finali degli esuberi nel gruppo saranno ben oltre e ben diversi”.

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