Eccoli lì, i ragazzi irresistibili. Uno fasciato dentro una ridicola giacca vaudeville, gli altri due che paiono opere di un intagliatore del legno, le facce ricavate da un tronco di sequoia, la peggiore pubblicità per una crema antirughe. Li conosciamo dal tempo di JFK, li ritroviamo in quello di Trump. Suonavano già quando sul soglio di Pietro c’era Giovanni XXIII, non il papa americano. Sopravvissuti perfino alla più longeva regina della Corona britannica, Liz Windsor. Si trovasse un modo per farli campare altri cinquant’anni, sfornerebbero dischi nella stessa cifra stilistica di “Sticky Fingers” o “Tattoo you”.
Li ibernassero, tra quattro secoli l’umanità riscoprirebbe in loro la certezza del rock. Niente nel loro r’n’r cambia mentre il mondo cade a pezzi un frammento via l’altro. I Rolling Stones, in missione per validare l’Eterno Ritorno di Nietzsche. Conan O’Brien, reduce dalla notte degli Oscar, li attende – appropriatamente – sotto la volta di un’ex banca popolare di Brooklyn, The Weylin, ora trasformata in una sala eventi: dove imperversava il Dio Denaro, per una notte troneggiano i semidei inglesi, davanti alla stampa e a una platea di invitati in cui spiccano Leonardo DiCaprio con la fidanzata Vittoria Ceretti, l’ex moglie di Billy Joel Christie Brinkley e l’attrice Odessa A’zion, protagonista con un ringiovanito (dal software) Jagger del video in “In the stars”, primo singolo dal 25mo album in studio della band, “Foreign Tongues”, in uscita il 10 luglio.
Sarà un mosaico di 14 pezzi, ne conosciamo già due: “In the stars” è un classico istantaneo, un drive col marchio di qualità Stones; e “Rough and Twisted”, blues-rock zona Delta che aveva fatto da apripista a metà aprile nel vinile fantasma targato The Cockroaches. Dieci dei brani registrati in un mese allo studio Metropolis di Londra, altri tre sono stati ripescati dalle session di “Hackney Diamonds” del 2023, un altro – un punk-rock intitolato “Hit me in the head” – inciso a Los Angeles, vede il compianto Charlie Watts, che prima di morire suggerisce, giurano i compagni, il nome del virtuoso Steve Jordan per sostituirlo alla batteria.
O’Brien cazzeggia con i suoi illustri ospiti: a un certo punto è costretto ad avvicinarsi a Keith Richards che continua a lamentarsi per l’acustica della location dimenticandosi per giunta il microfono. “La prossima volta te ne daremo uno migliore o te lo incolleremo alla faccia”, lo percula il conduttore, fregandosene del rispetto per la vecchiaia e per l’artrite che affligge il chitarrista: l’unico enigma rimasto tuttora nell’aria è se il gruppo sarà in grado di affrontare un nuovo tour. Al Weylin non se ne parla, vedremo cosa svelerà stasera Mick nel passaggio tv da Jimmy Fallon. O’Brien gli ha fatto notare che in “Foreign Tongues” (copertina orribile, il patchwork pop dei volti dei tre musicisti realizzato dal pittore Nathaniel Mary Quinn) la sua voce suona pulita e fresca come se fossimo nel ’68.
“Allora prendevo un sacco di roba”, risponde il frontman, “il segreto è la pratica”. Tutto chiaro, facile come bere un bicchier d’acqua. Spiegano di “avere ancora qualcosa da dire, suonare è quello che facciamo”, confidano di farlo sputando in faccia al futuro e facendo a pezzi il libretto della pensione. Si sono divertiti al Metropolis (“volevamo catturare il London vibe della prosperosa e opulenta Chiswick, non eravamo nel mezzo dell’East End”) guidati dal produttore-Mida Ben Watt. E che incontri, in quei corridoi. Sentite Mick: “Un giorno vado lì per mettere su la mia parte cantata e vedo di spalle questo tizio che indossa una gonna lunga. Mi giro ed è tutto bistrato di rossetto sulle labbra. Non l’avevo mai incrociato prima. Gli dico: ‘Tu sei Robert Smith dei Cure, vero?’. Lui risponde di sì. Gli faccio: ‘Visto che sei qui, vai a fare le backing vocals per noi’. Ecco come funzionano le collaborazioni”, giura Mick. O’Brien ne butta giù una buona: “Pensa se scoprivi che invece era il tizio che ripara l’aria condizionata”.
Al basso, in una canzone, spunta Paul McCartney: era nello studio accanto per lavorare sul suo prossimo disco solista. Sostiene Keith: “No, non c’è stato nessun provino per Paul. Lui voleva mettere la spunta sulla casella”. Lo incalza Ron Wood: “Così adesso può dire di aver suonato con i Rolling Stones”. Tra gli altri amici che hanno dato un piccolo aiuto, la leggenda dei Traffic Stevie Winwood e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers. Ma ciò che conta, che regge il sound da oltre sessant’anni, sono i riff di Keith: “Non li puoi comporre, ti arrivano addosso e basta”.
La consapevolezza di Mr.Richards: devi cavalcarli, farci il surf sopra, e restare vivo a ogni costo, anche quando ti danno per morto. Come quella sera sul palco di Sacramento, 1965: un corto circuito elettrico, una scossa killer, Keith che fa un salto di un metro in aria e ricade giù esanime, sembra tardi perfino per l’estrema unzione. Un’ora nell’aldilà, poi i medici lo rimettono in piedi, dai che non è successo niente.
Sempre con la Commare Secca addosso, gli Stones. Nella nuova biografia scritta da Bob Spitz scopriamo la storia di una notte del 1976 quasi fatale per Jagger, un’overdose di eroina. Ne aveva condiviso un grammo, comprato da “uno spacciatore buddista”, con il presidente della loro etichetta Marshall Chess. Mick era stramazzato sul pavimento di casa Chess, le labbra erano già diventate nere, nessuna manovra di soccorso pareva efficace. Finché arriva Faye Dunaway. L’attrice chiama l’ambulanza e organizza il ricovero in una stanza privata all’ospedale, al riparo da paparazzi e cacciatori di scoop. Se non ti salva la musica, lo farà una diva del cinema.