La notizia, in fondo, è tutta lì: Zara è arrivata al Met Gala. Non in una citazione laterale, non in un abito “ispirato a”, non in una comparsa commerciale travestita da collaborazione. Zara è salita davvero sulla scalinata del Metropolitan Museum of Art, addosso a Stevie Nicks, 77 anni, leggenda dei Fleetwood Mac, al suo debutto assoluto al gala, e poi di nuovo con Bad Bunny. Sì, se qualcuno pensava che lo smoking custom-made firmato Zara indossato al Super Bowl fosse solo una fugace trovata commerciale, si sbagliava di grosso. Il rapper portoricano ha replicato sul tappeto rosso del Met, elevando l’operazione a un progetto stilistico che si è rivelato la migliore e più profonda interpretazione del tema di quest’anno, “Fashion is Art”.
Stevie Nicks è stata la prima a indossare una creazione dell’attesissima collezione di John Galliano per Zara. Il look, realizzato su misura per lei, non appartiene alla collezione che Galliano lancerà con il marchio più avanti, ma ne anticipa perfettamente la portata culturale: un abito nero e blu notte in seta taffetà, con silhouette a crinolina, gonna ampia ricamata con rose in tulle e chiffon applicate, giacca in velluto e seta e un cappello alto con piuma creato insieme al milliner Stephen Jones. Una dama dark, un po’ sacerdotessa rock, un po’ cappellaia matta, cioè esattamente quello che Stevie Nicks è sempre stata nel nostro immaginario: una donna che non ha mai avuto bisogno di ringiovanirsi per restare iconica. Se c’è un cortocircuito perfetto tra alta moda, memoria pop, industria culturale e mass market, è questo. Una volta per produrre un momento simile serviva una maison storica, possibilmente francese, con archivio, atelier, cliente, aura e lista d’attesa. Ora può bastare Zara, purché dietro ci sia il nome giusto, nel momento giusto, addosso alla persona giusta.

Ma il vero caso è Bad Bunny. Perché il suo look non si limita a portare il marchio spagnolo sul red carpet: lo usa come strumento concettuale. Il cantante portoricano si è presentato quasi irriconoscibile, invecchiato di decenni grazie al trucco prostetico di Mike Marino: capelli grigi, pelle segnata, mani trasformate, voce alterata, bastone coordinato al completo. Il tutto con uno smoking nero disegnato da lui stesso e prodotto dal colosso spagnolo, essenziale nella linea ma reso teatrale da un grande fiocco al collo, riferimento all’abito “Bustle” del 1947 di Charles James conservato al Costume Institute. Un look “semplice” ma funzionale a mettere in risalto il vero guizzo: in un’epoca in cui le celebrity e l’intrattenimento inseguono la longevità come religione estetica, lui si è invecchiato. Ha scelto di presentarsi come il se stesso del futuro, quasi a rovesciare l’ossessione contemporanea per la pelle levigata, il corpo asciugato, la giovinezza protratta artificialmente. In un’industria focalizzata nella spasmodica ricerca dell’elisir di eterna giovinezza e popolata da fisicità standardizzate, assottigliate dall’Ozempic e costrette in abiti che ne annullano l’identità, Bad Bunny ha fatto l’esatto opposto: si è aggiunto ventitré anni. Ha portato in scena la mortalità e il decadimento fisico e un completo “da negozio”: questo è per lui il futuro, non il lusso ostentato e le innovazioni della medicina estetica. Il risultato è stato uno dei pochi veri gesti di pensiero della serata e il fatto che sia stato realizzato da Zara è parte del messaggio. Diciamocelo, il rapper portoricano avrebbe potuto permettersi qualsiasi look di qualsiasi brand di lusso; ma ha scelto un marchio globale, popolare, onnipresente, e lo ha portato nel luogo che più di tutti ancora pretende di decidere cosa sia moda e cosa no. Il suo sodalizio con Zara, diventa così qualcosa di più strutturato: non semplice democratizzazione della moda — espressione abusata e spesso ingenua — ma una mossa di potere. Insomma, svuota la moda di tutte le sovrastrutture imposte dai colossi del lusso e la riporta alla sua essenza: dei vestiti, un’idea.

Il tutto poi nel (primo?) Met Gala targato Bezos. L’edizione sponsorizzata da Amazon, trainata dai finanziamenti di Jeff Bezos e della moglie Lauren Sánchez, si è trasformata in un boomerang. Per protestare contro le condizioni lavorative nei magazzini del colosso e-commerce, gli attivisti di Everyone Hates Elon hanno disseminato 300 bottiglie di finta pipì attorno al museo, ricordando le denunce dei fattorini costretti a urinare in auto per non accumulare ritardi. I muri di Manhattan sono stati tappezzati di inviti al boicottaggio, sollevando un’insofferenza tale da costringere Bezos a fare un passo indietro all’ultimo momento, lasciando la moglie (in Schiaparelli e con un look ispirato al quadro “più scandaloso del mondo”) ad affrontare i fotografi in solitaria. Non c’era neppure il sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha scelto di non partecipare, rompendo una consuetudine molto visibile per la politica cittadina e ribadendo la propria attenzione al tema del costo della vita.
È in questo scenario che il Met Gala, per anni “la notte più importante della moda”, mostra le sue crepe. Non per mancanza di soldi, star o fotografi: al contrario, per eccesso. Troppa potenza economica, troppa costruzione, troppa ansia da viralità, troppi look pensati per durare il tempo di un feed. Il glamour non nasce dall’accumulo, ma dalla precisione. E quest’anno se ne è vista poca. Guerre, crisi economica, rabbia verso i super ricchi e crescente insofferenza per sprechi e costi folli rendono sempre più difficile guardare senza disagio un evento da 100 mila dollari a biglietto, frequentato da un’élite tra limousine, security, diamanti e filantropia, mentre fuori il mondo è attraversato da carestie, conflitti e disastri climatici. E dentro questo contenitore, ormai di moda ne è rimasta poca. C’erano invece performance, scenografia, travestimento, styling. Ma la moda come pensiero su abito, corpo, tempo e forma spesso restava sullo sfondo. Tra le eccezioni più riuscite, Anok Yai in Balenciaga by Pierpaolo Piccioli, costruita come una “Madonna nera” contemporanea: più scultura votiva che semplice apparizione da red carpet. Per il resto, molta finzione e abiti che provano come oggi la moda tenda spesso a sottrarre identità anziché conferirla. Il caso Jennifer Rauchet, moglie del Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, discussa perché il suo abito al White House Correspondents’ Dinner è stato accostato sui social a modelli Shein o Temu, lo racconta bene. Il punto non è che Shein sia diventato lusso, ma che molto lusso ha perso riconoscibilità e molta moda ha delegato tutto alla superficie.
Zara al Met Gala, allora, dimostra che il lusso non controlla più da solo il desiderio e che il fast fashion, quando intercetta nomi, codici e tempismo, può occupare anche i palcoscenici più esclusivi. Galliano lo sa. Bad Bunny lo sa. Marta Ortega (anche lei al Met in Zara, ça va sans dire), evidentemente, lo sa molto bene. Il Met Gala 2026 verrà ricordato per Bezos, le proteste, la tech money, i look eccessivi e qualche polemica già destinata a evaporare. Ma il dato più interessante è un altro: nel momento in cui il gala ribadiva la distanza tra miliardari e resto del mondo, uno dei brand più discussi non era una maison del lusso. Era Zara. Non è la fine del lusso, né la democratizzazione della moda. È la sua nuova ambiguità: tutti vogliono apparire unici, anche quando il sistema che produce quell’unicità veste milioni di persone. Zara non ha salvato il Met Gala. Però, almeno per una sera, gli ha dato un elemento di realtà.