Perché il Diavolo veste proprio Prada? Forse non ci dormite la notte, o forse questa domanda non vi ha mai sfiorato minimamente l’anticamera del cervello. In ogni caso, mettetevi l’anima in pace: ci siamo qui noi a risolvervi il mistero. Con l’uscita nei cinema di tutto il mondo dell’attesissimo secondo capitolo della saga, Il Diavolo Veste Prada è tornato a essere un fenomeno globale. Sui social network – da TikTok a Instagram – è diventato virale tutto ciò che riguarda le origini, le citazioni e i retroscena di questa pellicola cult. Tra i dubbi amletici che affliggono la Generazione Z e i nostalgici dei primi anni Duemila, la questione del titolo è esplosa prepotentemente: come è nato? Ma soprattutto: perché Prada? Perché non Chanel, che nel primo film ha un ruolo estetico decisivo nella trasformazione di Andy? Perché non Gucci, Versace, Dior, Valentino, Armani?
Genesi di un titolo cult
Per capire l’origine di questa fortunata intuizione bisogna fare un salto indietro di oltre vent’anni. Quando la scrittrice Lauren Weisberger iniziò a lavorare al romanzo, e successivamente quando si iniziò a concepire il primo film (uscito nel 2006, ricordiamolo: oggi siamo nel 2026), non c’era assolutamente la consapevolezza che questa storia sarebbe diventata un successo planetario. Serviva un titolo. Un titolo che fosse funzionale, memorabile e in grado di catturare l’essenza della storia.
Come analizzato anche da editorialisti di testate internazionali come il Guardian e il New York Times, la scelta si è basata su un gioco di parole cinico e brillante. L’idea di partenza era una rivisitazione del vecchio proverbio inglese “The devil wears black” (il diavolo veste di nero), strettamente legato al concetto che l’apparenza e gli abiti possano nascondere la vera natura di una persona. Sostituire il generico “nero” con il nome di un brand del lusso è stata la mossa vincente per calare il concetto direttamente nel cinico mondo dell’alta moda newyorkese.
Ma perché proprio Prada? La scelta non è stata casuale, ma dettata da precise esigenze fonetiche e semiotiche. Serviva un nome iconico, riconosciuto in tutto il mondo, che suonasse bene, fosse corto, immediato e, soprattutto, che non cambiasse o perdesse di significato nelle traduzioni in altre lingue. Facciamo qualche esempio: “Il diavolo veste Gucci” avrebbe portato con sé lo scomodo e ancora fresco fardello del caso di omicidio legato a Patrizia Reggiani. “Versace”, letto e pronunciato in inglese, viene storpiato in un ben poco elegante Versaci. “Armani” rischiava di suonare, per i rigidi standard dell’alta moda americana dell’epoca, un po’ troppo “noioso” o formale. Prada era perfetto. Il brand simbolo del Made in Italy era all’epoca (e lo è ancora) sinonimo assoluto di un’eleganza snob, borghese, elitaria e intellettuale. Un allure “da signora” inaccessibile, perfettamente associabile all’algida e spietata Miranda Priestly. Il titolo funzionava a meraviglia: un’etichetta di lusso usata per vestire il diavolo, dimostrando come il glamour potesse nascondere la crudeltà e il compromesso morale.
La vera storia
L’altro grande tormentone riemerso sui social in questi giorni riguarda la genesi della trama. Molti, incredibilmente, scoprono solo oggi che Il Diavolo Veste Prada è ispirato a una storia vera. L’autrice Lauren Weisberger è stata, tra la fine del 1999 e il 2000, la vera assistente della leggendaria (e temutissima) direttrice di Vogue US, Anna Wintour. Un’esperienza che Weisberger ha definito “selvaggia”, caratterizzata da richieste folli e orari disumani. Dopo essersi licenziata perché ambiva a scrivere articoli e non a portare caffè sui tacchi, si iscrisse a un corso di scrittura creativa e iniziò a buttare giù la bozza del libro. L’autrice ha sempre dichiarato pubblicamente che “niente” del personaggio di Miranda era basato sulla sua vera ex-capo, ma ovviamente nessuno ci ha mai creduto. Tanto meno il mondo della moda.
Quando iniziarono le riprese del primo film, diretto da David Frankel, il settore fu colto dal terrore puro di finire nella lista nera della direttrice di Vogue. Stilisti e brand rifiutarono di prestare i propri capi alla costumista Patricia Field per paura di ritorsioni; la produzione non ottenne i permessi per girare all’interno del Metropolitan Museum of Art o del MoMA perché i membri dei consigli di amministrazione, affiliati alla Wintour, temevano la sua ira. Gisele Bündchen accettò un cameo nel film solo dopo aver chiesto (e ottenuto) il benestare preventivo della stessa Wintour.
E la diretta interessata? Anna Wintour, con la freddezza che la contraddistingue, dichiarò al New York Times nel 2003, poco dopo l’uscita del libro: “Mi godo sempre una grande opera di finzione. Non ho ancora deciso se lo leggerò o meno”. Ovviamente lo lesse, e quando fu invitata all’anteprima mondiale del film a New York nel maggio 2006, vi partecipò accompagnata dalla figlia. Dimostrando di aver compreso appieno il gioco (e di non esserne affatto uscita sconfitta), si presentò sul red carpet indossando, manco a dirlo, una creazione esclusiva e su misura firmata proprio Prada.