Oxfam: “Tra 2019 e 2025 salario medio reale giù del 12%: abbiamo lavorato gratis per 108 giorni. Mentre gli stipendi degli ad salivano del 54%”
I compensi dei grandi capi d’azienda corrono, mentre i salari restano al palo. Nel 2025, rivela un nuovo rapporto Working for the rich pubblicato da Oxfam e dall’International Trade Union Confederation in occasione della Festa dei lavoratori, le remunerazioni degli amministratori delegati delle principali corporation globali sono aumentate in media dell’11% in termini reali contro lo 0,5% in più registrato dal salario medio mondiale. Il divario si amplia se si guarda agli ultimi anni segnati da pandemia, crisi energetica e inflazione: tra il 2019 e il 2025 i compensi dei capi azienda sono cresciuti del 54%, mentre le retribuzioni medie reali si sono ridotte del 12%. Tradotto: è come se un lavoratore medio, in quei sei anni, avesse lavorato gratis per 108 giornate.
In valore assoluto, nel 2025 un amministratore delegato ha guadagnato in media 8,4 milioni di dollari: una cifra che un lavoratore impiegherebbe circa 490 anni a raggiungere. Ma non mancano casi ben più estremi: gruppi come Blackstone, Broadcom e Goldman Sachs hanno riconosciuto ai propri vertici compensi superiori ai 100 milioni di dollari, mentre i dieci amministratori delegati più pagati al mondo hanno incassato complessivamente oltre un miliardo.
Ad allargare la forbice sono come sempre anche i redditi da capitale: i quasi mille miliardari di cui sono stati esaminati i portafogli di investimento hanno incassato 79 miliardi di dollari in dividendi in un solo anno, pari a circa 2.500 dollari al secondo. Quasi la metà di questa ricchezza è confluita nelle mani dell’1% più ricco, mentre l’85% della popolazione mondiale non ha percepito alcun reddito da capitale. Tra i principali beneficiari figurano Bernard Arnault, proprietario del marchio di lusso LVMH, con 3,8 miliardi di dollari incassati, e Amancio Ortega, proprietario di Inditex (Zara), che ne ha ricevuti 3,7.
In Italia, il quadro è ulteriormente aggravato dalla stagnazione salariale: a fine 2025 i salari reali risultano ancora inferiori del 7,8% rispetto al 2021 e, su un orizzonte di lungo periodo, il Paese è tra i pochi nell’area Ocse a non aver registrato una crescita delle retribuzioni medie. Un contesto segnato anche dall’aumento del lavoro povero e da una quota crescente di occupati a bassa retribuzione: tra il 1990 e il 2018, è passata dal 26,7% al 31,1%. Nello stesso periodo, la quota di dipendenti privati con una paga oraria inferiore a 9 euro – la soglia minima prevista dalla proposta di legge delle opposizioni bocciata dalla maggioranza – è salita dal 39,2% al 46,4%. Quel che è peggio, chi ha uno stipendio da fame fatica a migliorare la propria situazione: dal 2009 al 2018 la quota di chi ha ricevuto una bassa retribuzione per almeno 7 anni su 10 è stata del 42% contro il 39% tra il 2000 e il 2009.
“L’unica nota positiva di questo periodo è il passo indietro del Governo sull’attuazione della legge delega sulle eque retribuzioni, che dopo aver sciaguratamente affossato il salario minimo, rischiava di aprire la strada alla contrattazione pirata e al ritorno delle gabbie salariali”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia. Nel decreto Primo maggio approvato martedì invece “viene riaffermata la centralità dei contratti principali alla cui applicazione da parte delle imprese sarà condizionata la fruibilità delle agevolazioni per le assunzioni- Troppo tempo però si è perduto senza che si sia arrivati, in dialogo con le forze sociali, alla legge sulla rappresentanza e a una revisione profonda del sistema di contrattazione che ha smarrito col tempo la sua efficacia. A una politica industriale orientata alla creazione di buoni posti di lavoro e in grado di intercettare le transizioni in corso del sistema economico si continuano a preferire incentivi che riproducono lo status quo sul mercato del lavoro. Alla diffusa precarietà si risponde con ulteriori liberalizzazioni del lavoro a termine, stagionale e in somministrazione, che ampliano le file dei working poor. Debolezze delle politiche della formazione, disattenzione per i diritti consumati lungo le catene di subappalto e l’uso improprio della leva fiscale a supporto dei bassi salari completano un quadro che svilisce profondamente il ruolo fondante che la nostra Costituzione assegna al lavoro”.