"Suicide Club" con sangue a fiotti e in chiazze tra finestrini e pavimenti - 2/2
Suicide Club, invece, è un film diretto dal folle Sion Sono nel 2001, riportato in sala in questi giorni da Cat People assieme al più recente The Whispering Star. Segnaliamo questa immensa cascata gore, figlia estetica di sbudellamenti e provocazioni romeriane, incastonata nel tragico trend nazionale nipponico dei suicidi, perché è puro spasso da cinema indipendente. Suicide Club si apre con un’orchestrata, inquietante e clamorosa fila di 50 studentesse che, con il sorriso sulla bocca, mano nella mano, “un due tre vola vola” in coro, si gettano sotto le rotaie di un treno in una stazione affollata di Tokyo. Il sangue esplode a fiotti e in chiazze tra finestrini, pavimenti e visi degli astanti (c’è pure un arto che si incastra su una rotaia).
Ipotizzando una sorta di istigazione criminale al suicidio, le indagini del team del detective Kuroda (Ryo Ishibashi) faticano però a trovare il bandolo della matassa. Del resto, la gente che si toglie la vita continua: un’infermiera, un altro gruppo di studenti e perfino nella famiglia di Kuroda non mancano vittime.
E tra una borsa contenente un rotolo composto da pezzi di pelle asportati precedentemente ad alcune persone suicidate, una serie di hacker con strani messaggi web (siamo agli albori di Internet), una specie di Charles Manson ossigenato e una band musicale di popolari teenager che pare suggerire messaggi cifrati, il domino di morte presumibilmente indotta sembrerebbe fermarsi. Sion Sono si getta con spietata e bizzarra innocenza nell’alienazione sociale giapponese, in primis giovanile, e ne trae una sintesi thriller inesausta e senza fine: macchina a mano, ritmo sfrenato, sangue finto ovunque, con un angolo oscuro del male che, più che svelarsi in un ipotetico moralismo della colpevolezza individuale, sfugge e si mimetizza in una singolare e irrisolvibile amoralità sociale.