Una giovane agente destinata al programma protezione dei testimoni, un ruolo delicato e difficile che però inaspettatamente rappresenterà per lei una svolta umana e professionale. È la storia che su cui poggia le basi la nuova serie tv “Rosa Elettrica“, il thriller on-the-run targato Sky Original disponibile dall’8 maggio su Sky e in streaming su Now. L’agente Rosa – interpretata da Maria Chiara Giannetta qui in una veste inedita che nulla ha a che vedere con “Blanca”- viene incaricata di scortare Cocìss (il bravo e talentuoso Francesco Di Napoli), figlio di un boss di Camorra deciso a collaborare. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui. Da qui una serie di vicende rocambolesche che porteranno al finale inaspettato e “aperto” a una possibile seconda stagione.
“Di Rosa mi sono innamorata subito leggendo il romanzo – ha detto Giannetta – e mi sono sentita parte della rappresentazione della mia generazione, grazie al lavoro delle quattro sceneggiatrici, che essendo anche loro molto giovani, sono riuscite a riportare tutto in maniera vera. Al centro della vita di Rosa ci sono la paura e l’insicurezza coperte da una ostentata sicurezza. È la cosa che mi è più familiare nel guardare sia le mie coetanee che anche a me stessa e quindi era un modo per esorcizzare anche una mia vecchia parte. Sapevo di poter dare tanto a questo personaggio quindi questa è la cosa che mi ha attirato più di tutte”.
Di Napoli ha aggiunto: “A me è piaciuto il percorso che intraprende il mio personaggio che non è mai statico, mai banale. Anzi, lui cresce, sbaglia, impara, capisce, si evolve. Un po’ tutti possiamo riconoscerci in questo tipo di percorso. Poi l’aspetto più difficile per me è stato ovviamente riuscire a empatizzare col pubblico. Non so neanche se ci sono riusciti effettivamente (ride, ndr). Tramite dei personaggi così duri è difficile a volte empatizzare col pubblico la chiave è appunto
trovare sempre degli aspetti umani delle fragilità, delle sensibilità che possono anche far
intenerire lo spettatore”.
Giannetta credi che la lotta alla mafia rispetto agli Anni 90 sia diventata più silenziosa?
Credo che da un punto di vista mediatico sia diventata più silenziosa, probabilmente perché si tratta certi temi, secondo le “mode”. Adesso c’è la moda della cronaca nera che negli ultimi anni ha invaso i media italiani. La lotta effettiva alla mafia, tolto l’aspetto mediatico esiste, c’è e lotta insieme a noi.
La trama si attorciglia sugli intrighi della Procura fatta di amici e nemici di Rosa. Non temi che possa passare un messaggio negativo al grande pubblico?
Assolutamente no, perché credo che questa serie ha il coraggio di far vedere le varie sfaccettature all’interno di questo mondo, in questo caso della Procura. Non c’è nero bianco, sempre. Ci sono anche le zone grigie… In questo caso fanno vedere tante zone grigie, quindi non è che ci sono i cattivi nella Procura o i buoni nella Procura. C’è un’etica che alcuni decidono di seguire in un modo.
Dove si pone Rosa?
Lei ha un senso di giustizia pura, forse mi viene da dire anche un po’ ingenua delle volte. Parla di compromessi questa serie, anche all’interno delle scelte della Procura. Non credo che metta in cattiva luce, credo che racconti la verità.
Di Napoli, si è molto parlato della “simpatia” che i personaggi di “Gomorra” hanno suscitato sul grande pubblico. Pensi possa accadere anche con il tuo Cocìss?
Il pubblico può entrare in empatia col personaggio, anche perché, come ho sempre detto, con questi tipi di personaggi c’è sempre il rischio di non riuscire a empatizzare col pubblico. La cosa fondamentale è far vedere appunto la sua umanità attraverso le scelte che fa. Quindi secondo me è un ragazzo maturo che comprende certe situazioni e certe dinamiche. Vedendo la serie, secondo me, chi ha fatto una strada sbagliata fa sempre un passo indietro e capisce le conseguenze delle azioni che si fanno. Fondamentalmente tutti siamo bambini e tutti nascondiamo delle fragilità e delle debolezze. Magari a volte possiamo essere duri agli occhi degli altri, ma è sempre una corazza che indossiamo. Entrare in empatia non significa giustificare o condividere, significa capire, capire dei contesti. Empatizzare ti fa capire gli altri mondi, ti fa umanizzare, ti fa comprendere, ma non vuol dire necessariamente condividere o emulare o rendere un modello.
Molti ragazzi della tua generazione in contesti socio-culturali difficili si fanno spesso attrarre dei soldi facili attraverso azioni criminali. Come si può cambiare questa spirale senza fine?
Faccio parte del Comitato Scientifico di Unhate Foundation ETS, che combatte contro l’odio. Ogni volta che parlo alle persone cerco di spiegare l’uniche co modo per combattere la Camorra, la Mafia è sul loro stesso piano, cioè sul fattore economico. A un ragazzo cosa gli serve oggi?
Cosa?
Campare e vivere dignitosamente. Chi non ha la possibilità di andare a lavorare o viene pagato poco, lo si mette nelle condizioni di non finire nei giri sbagliati, offrendo un lavoro onesto, a 2mila euro al mese fissi. Se questo accadesse credo che su 100 ragazzi almeno 85 sceglierebbero di andare a lavorare per un lavoro dignitoso, ovviamente non in nero.