Un refresh di consensi. A questo serve un biopic come Dio comanda. Prendete “Michael”, che sta sbancando il botteghino in tutto il mondo, e aggiungeteci il valore del catalogo del Re del Pop: qualcosa come 1,5 miliardi di dollari. Due anni fa la Sony ne acquistò il 50 per cento tra master e diritti di pubblicazione. Occhio: per garantirsi la cornucopia serve un timing astuto sull’uscita del prodotto cinematografico. Se il personaggio è morto e sepolto da anni il giochino riuscirà meglio che nel caso in cui sia ancora in giro su questo disgraziato pianeta, invecchiato e ostinato a salire su qualche palco. Il De Cuius, compianto e divinizzato, garantisce l’attenzione della nostalgica generazione cui apparteneva e di quelle successive, che non lo conoscono o ne hanno solo sentito lodare le gesta. A patto, naturalmente, di non sporcarne il ricordo: il cinema è finzione, fiaba, idealizzazione, possibilmente happy ending: controproducente spingere le cineprese nel fango, meglio sbianchettare gli episodi sulla dark side del protagonista.
Mettete in piedi una produzione faraonica e il gioco è fatto. Ovviamente, la realtà non ha diritto di cittadinanza a Hollywood, e neppure nel juke-box virtuale che si riaccende a ogni film rievocativo sulle stelle della musica. Qui si fa mitologia, non wikipedia, men che meno un processo. Regola aurea: i fans rifiutano a priori l’ipotesi di aver amato un idolo umanamente squallido. Si dicono: non possiamo esserci fatti fregare da Lui, se non era un santo poco ci mancava, venite adoremus, i malvagi lo hanno disegnato come un carnefice, semmai era una vittima dello star-system e degli squali che speculavano sulla sua generosità. Così, nel Biopificio, l’immagine torna candida, specchiata, vendibile. Il repertorio, del resto, è formidabile.
Concentriamoci piuttosto sulla prova d’attore – e di performance – di chi lo incarna, evviva, vedi quanto è credibile? “Michael” è un test esemplare: Jaafar Jackson si disimpegna onorevolmente nel ruolo dello zio, le canzoni girano a meraviglia, chissenefrega se la parola fine della pellicola diretta da Antoine Fuqua arriva nell’88, cinque anni prima delle accuse di pedofilia per l’autore di “Thriller”. Per la verità, le scene della caduta, delle perquisizioni nel ranch, delle prime indagini sulle presunte perversioni sessuali erano state girate, ma il Michael Jackson Estate si era agganciato a un cavillo legale – l’impegno a non menzionare uno degli accusatori, Jordan Chandler, dopo un oneroso patto di silenzio – e il montato era finito nel cestino.
Meglio così, no? Un eroe non può rischiare di trasformarsi in un porco nella stessa narrazione, non fa epica e neanche incasso. Certo, ai margini di un battage miliardario è inevitabile che qualcuno chieda la parola per gettare altra melma in faccia al divo. Dan Reed, regista del docu “Leaving Neverland”, ha sottolineato l’incongruenza di un’opera dove “non si cita mai la parola pedofilia, visto che Jackson era peggio di Epstein”. E i fratelli Cascio, che da bambini frequentavano la residenza di Michael, sono tornati a farsi vivi – malgrado un cospicuo accordo siglato in passato – per rimarcare il sospetto di essere stati oggetti di attenzioni indesiderate. Il biopic è questo, per natura: una bilancia dove al peso lordo dei ricavi devi sottrarre il netto delle ombre, delle omissioni, di tagli e scelte di comodo nel racconto.
L’importante è purificare, immettere aria pulita, e che il pubblico si convinca della confezione cinematografica. Lo sapeva per esperienza il produttore, Graham King, che prima di “Michael” si era adoperato su “Bohemian Rhapsody”, pure quella una fabbrica di San Pietro per i lentissimi lenti di lavorazione, gli stop, i ripensamenti, le perplessità, gli incagli contrattuali. Alla fine applausi per Rami Malek, la cui resa di Freddie Mercury si era rivelata un’ideale arma di distrazione di massa (del pubblico); ammirevole la realizzazione della replica esatta del palco del Live Aid; inoltre grazie alle pressioni di Brian May e Roger Taylor il plot si era ben equilibrato sulle vicende della band: riflettori sui Queen e non sui vizi meno esportabili del loro cantante. Un funambolismo di sceneggiatura complesso come un atto diplomatico quando si parla di un gruppo: se invece il trattamento riguarda un solista la partita può rivelarsi ancor più delicata.
Ok, il Dylan di Timothée Chalamet in “A Complete Unknown” emozionava, a tratti, per un motivo semplice: quante volte abbiamo sentito davvero parlare Bob? Mai, o quasi. L’altro elemento solido del film di James Mangold (che in precedenza aveva operato in modo suggestivo pure sul Johnny Cash di “I walk the line”) era il contesto storico: i giorni della crisi di Cuba, il Greenwich Village dei primi anni Sessanta con i suoi folksinger e il Festival di Newport dove Dylan stesso rompe con le proprie radici acustiche rivendicando la potenza del rock elettrico.
Ma anche lì non mancavano distorsioni o sintesi inaccurate. E lo Springsteen di “Liberami dal nulla”? Jeremy Allen White si era fatto carico del Bruce depresso, a un passo dal suicidio, del periodo di “Nebraska”, il cupo, spoglio gioiello che sfidava i diktat della discografia. La resa filmica del saggio di Warren Zanes poteva dirsi forse l’unica via praticabile per conservare un frammento della statua colossale che meriterebbe il Boss nella storia del Rock: tuttavia, in questo caso, eravamo di fronte a un anti-biopic, la decifrazione in controluce della silhouette malinconica di un capopopolo che da decenni dispensa fiducia ed energia ad alto voltaggio con i più torrenziali concerti r’n’r di sempre.
Come fare, dunque, per tratteggiare un accattivante ritratto dell’artista da giovane? Forse pigiando sul pedale stilistico: “Elvis” di Baz Luhrmann convinceva per il plot dove sfruttando le memorie del colonnello Parker trovavi il Sogno Americano, oltre alle vicende di Presley. Il sensazionale Jim Morrison di Val Kilmer era l’identificazione di Oliver Stone nella paranoia allucinatoria degli anni Settanta immersa nella tracklist doorsiana. Dei quattro-film-quattro su cui sta lavorando Sam Mendes, ciascuno dedicato a un membro dei Beatles, vedremo il risultato. Con la ragionevole certezza che si tratterà di un capriccio da filmmaker, più che di una ricerca della verità.