Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Tanto vi sarà piaciuto Il Diavolo veste Prada vent’anni fa, tanto il sequel vi farà cadere le braccia. Il tempo passa e se ne va. E il capitolo due sulle vicissitudini glamour del team della rivista di moda Runway – Miranda, Andy, Nigel, Emily – diventa il museo delle cere del variopinto zoo redazionale originario. Quando dopo una manciata di minuti Miranda (Meryl Streep, dal doppiaggio quasi afono) non getta più il cappotto addosso alla sventurata segretaria di turno, ma lo appende lei con impaccio alla gruccia, capisci che Il Diavolo veste Prada 2 sta virando verso il porto delle nebbie. La crisi (e la trasformazione incontrollabile) dell’editoria morde la coda sia di Runway che dell’impalcatura morale del primo film (Miranda capobranco che fa e disfà la vita altrui). Andy (Anne Hathaway) è diventata una giornalista seria d’inchiesta – tra Bernstein, Woodward e Report – per il giornale Vanguard; ma proprio mentre sta per ritirare in pubblico un premio dall’alto valore professionale e civile, riceve un messaggino dove viene licenziata insieme a tutti i suoi colleghi seduti al tavolo della cerimonia (ogni riferimento al caso Wired è pura lungimiranza ndr). Per uno strano scherzo del destino, dopo qualche editoriale che ha pestato i piedi sbagliati, a Runway serve una nuova features editor (nel mondo anglosassone è il responsabile di rubriche ed editoriali di una rivista).
Il super boss della testata vede su Instagram lo sfogo di Andy dal palco della premiazione contro le derive superficiali del mondo giornalistico, e senza troppo rifletterci attua l’operazione ripulitura dell’immagine di Runway assumendo Andy che quindi dovrà lavorare a stretto contatto con Miranda, suo ex capo totalitario. Dissidi, incomprensioni, ma soprattutto le vessazioni della cinica direttrice di Runway non scombussoleranno più le giornate di Andy – e neppure di nessun’altro, a dire il vero, perché il personaggio di Miranda in questo film non esiste -, ma dietro l’angolo accade l’irreparabile: il boss ha un infarto, muore, e suo figlio prende in mano le redini delle finanze paterne con l’intenzione di tagliare il ramo secco della rivista di moda, oramai troppo vecchio stile e molto poco clickbaiting. È ora per Miranda e Andy di fare fronte comune al cospetto della disoccupazione. A togliere, forse, le ciabattine di Prada dal fuoco, sarà un mezzo accordo tra il Cenacolo leonardesco e il clooneyano lago di Como, con Emily (Emily Blunt), ora mega direttrice di Dior a New York, sposatasi con un ricchissimo signorotto piuttosto deficiente.
Non attendetevi in Il Diavolo veste Prada 2 una narrazione lineare e accattivante. Lo script di Aline Borsh McKenna (quella del primo Diavolo) è un piatto zigzagare tra colpetti di scena buoni per qualche whatsappata con meme tra amiche dello shopping. La regia di David Fraenkel – richiamato alle armi per far ringalluzzire l’hype – è un abulico tentativo di rinvigorire la grazia originaria tra interni lavorativi svuotati di volume ed esterni cartolineschi seriali (le sequenze milanesi sembrano gli scarti del già deplorevole Inferno di Ron Howard), puntando su un andamento comicheggiante che si vorrebbe rocambolesco ma che è semplicemente farraginoso. Il diavolo veste Prada 2 ha il classico problema di quei sequel che non riescono a trattenere nulla dal primo episodio (il mirandismo come zenit professionale, le eleganti bizzarrie estetiche del mondo della moda) e, tentando di aggiornare all’oggi le macro questioni in essere (la nuova etica a perdere del giornalismo all’epoca del web, per dire), si perdono nel mare magnum di una qualsiasi asettica serie Netflix dal grumo cromatico anestetizzante. Oltre al bel sorrisone alla Hathway va il premio cringe per l’interpretazione di una love story imbarazzante – che pare un buco nero di scrittura – e per quell’impaccio e quell’inadeguatezza sociale che ripetuti a 45 anni perdono freschezza e realismo a favore di un demenziale sketch di Fracchia. Nigel/Stanley Tucci non pervenuto. La Streep al suo grado più basso dai tempi di Mamma Mia. Altro sequel in cantiere? No, grazie.