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Grazia a Minetti, chi ha sbagliato? Come funziona l’iter e il ruolo del ministero (e della Procura generale) nelle verifiche

Per il governo l'istruttoria spettava ai magistrati di Milano. Le toghe però agivano sulla base di una delega limitata: solo adesso via Arenula ha ordinato "accertamenti a 360 gradi"
Grazia a Minetti, chi ha sbagliato? Come funziona l’iter e il ruolo del ministero (e della Procura generale) nelle verifiche
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Il Quirinale chiede lumi al ministero della Giustizia, che scarica la responsabilità sulla Procura generale di Milano. Mentre i magistrati, a loro volta, fanno sapere di aver eseguito le direttive del governo. Ma chi ha sbagliato nel pasticcio della grazia concessa da Sergio Mattarella a Nicole Minetti, ex igienista dentale di Berlusconi e regina delle notti di Arcore, sulla base di presupposti poi rivelati falsi dalle inchieste del Fatto? Per farsi un’idea è utile descrivere tutti i passaggi finalizzati alla concessione della clemenza da parte del capo dello Stato, una procedura complessa che coinvolge diverse istituzioni.

La domanda di grazia

Partiamo dalla domanda. In base all’articolo 681 del codice di procedura penale, a chiedere la grazia possono essere il condannato, un suo prossimo congiunto o convivente, il tutore, il curatore o l’avvocato (quest’ultimo è il caso di Minetti). Formalmente la richiesta è rivolta al presidente della Repubblica, ma viene indirizzata al ministro della Giustizia oppure al procuratore generale della Corte d’Appello del distretto in cui è stata pronunciata la sentenza di condanna (nel nostro caso, Milano). Se il condannato è detenuto, può essere presentata anche al magistrato di Sorveglianza.

La fase istruttoria

A questo punto si apre la fase istruttoria, in cui si raccolgono tutti gli elementi utili alla decisione: la situazione familiare e sociale del condannato, il suo eventuale ravvedimento, i comportamenti tenuti dopo la condanna. Qui qualcosa è andato storto: in questa fase, infatti, sarebbero dovute emergere le falsità contenute nella domanda di grazia di Minetti, sia a proposito della sua vita in Uruguay (dove, come ha svelato il nostro giornale, gestiva un giro di giovanissime prostitute insieme al compagno Giuseppe Cipriani) sia della relazione con il figlio adottivo malato, decisiva per la concessione del beneficio.

I pareri

Chi doveva svolgere queste verifiche? Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, primo esponente del governo a esprimersi sulla vicenda, ha scaricato le responsabilità sulla Procura generale: “Noi non abbiamo polizia giudiziaria al nostro servizio, non possiamo svolgere indagini di questo tipo”, ha detto. Una tesi poi ripetuta dalla premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri. Formalmente è vero: l’istruttoria spetta all’autorità giudiziaria, cioè alla Procura generale se il condannato è libero o al magistrato di Sorveglianza se è recluso. Svolti gli accertamenti, il procuratore generale trasmette la domanda al ministero con il proprio parere; il ministero, a sua volta, la trasmette con il proprio parere al capo dello Stato, a cui spetta la decisione finale. Nel caso di Minetti, entrambi i pareri erano positivi.

Il ruolo del ministero

In questa procedura, però, il ministero non è privo di poteri: può svolgere anche accertamenti autonomi di tipo amministrativo, ad esempio interpellando altri dicasteri che possono fornire informazioni utili. Soprattutto, Sisto non cita un elemento decisivo: in questo caso, poiché la domanda di grazia era stata presentata al ministero della Giustizia, la Procura ha svolto i suoi accertamenti sulla base di una delega dello stesso ministero. E nonostante la delicatezza della vicenda, come ha chiarito la procuratrice generale Francesca Nanni, in questo caso via Arenula ha emesso una delega standard, senza indicazioni particolari su accertamenti da svolgere in Uruguay (particolarmente complicati, perché richiedono il coinvolgimento dell’Interpol o l’emissione di una rogatoria internazionale): “Abbiamo fatto tutti gli accertamenti che normalmente ci vengono delegati, sulla base di una delega classica del ministero della Giustizia che viene attivata in casi simili”, ha spiegato Nanni.

La delega carente

È sulla base di questi accertamenti “standard”, dunque, che la Procura generale ha emesso parere positivo, poi confermato dal ministero che ha trasmesso la pratica a Mattarella. Anche volendo, l’ufficio giudiziario non avrebbe potuto svolgere verifiche ulteriori, perché dal governo non erano arrivate richieste in questo senso: “Se gli accertamenti che ci sono stati delegati fossero stati incompleti il ministero avrebbe potuto chiedere un supplemento di istruttoria, ma così non è stato e il ministero ha ritenuto gli accertamenti idonei, sufficienti, per formulare il proprio parere”, ha sottolineato il magistrato che ha gestito la pratica, il sostituto procuratore generale Gaetano Brusa. La situazione, dunque, si ribalta rispetto alla narrazione di Sisto: è il ministero che avrebbe dovuto chiedere di verificare quanto riferito nell’istanza di grazia, delegando alla magistratura accertamenti approfonditi. E infatti, ora che il bubbone è scoppiato, a Milano sono stati assegnati i “pieni poteri”: “Abbiamo ricevuto dal ministero un’autorizzazione ampia a svolgere tutti gli accertamenti a 360 gradi. Andremo ad indagare i dati che prima non emergevano e li andremo a sviscerare con tutti gli strumenti a disposizione”. Nel frattempo, però, il pasticcio è stato fatto.

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