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Internazionale socialista, non solo Sanchez. Come è andato il summit progressista e quali erano i leader riuniti alla corte del premier spagnolo

Il Global Progressive Mobilitation ha visto la partecipazione di figure storiche, come il portoghese Antonio Costa, e qualche assenza come quella della danese Mette Fredrikseen, le cui politiche sull'immigrazione sono diventate più un modello per la destra
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“Per anni hanno tentato di trasformare la nostra identità in un insulto. Hanno tentato di farci vergognare delle nostre idee, ma è finita. La vergogna è per quelli che tacciono davanti all’ingiustizia, appoggiano la guerra e la violenza a Gaza, in Cisgiordania, Ucraina, Medio Oriente. Per noi è l’orgoglio di essere pacifisti, ecologisti, sindacalisti, femministi. L’orgoglio di essere socialisti, socialdemocratici, progressisti, perché è più necessario di sempre”.

Così Pedro Sanchez ha concluso sabato 18 aprile il Global Progressive Mobilitation a Barcellona, davanti a una platea di 5mila persone, alla fine di una plenaria che aveva visto intervenire leader di tutto il mondo. Primo tra tutti Lula, il presidente brasiliano. Ma poi, tra gli altri, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, la presidente messicana Claudia Sheinbaum, il presidente colombiano, Gustavo Petro. Il rilancio del progressismo mondiale, guardando soprattutto all’America latina, nel nome dell’anti-trumpismo e della sfida alle destre mondiali. Una passerella di prim’ordine per il premier spagnolo, con il video del suo intervento diventato quasi virale. Ma con quale impatto possibile sulla geopolitica e soprattutto sulla politica europea?

L’Internazionale socialista si scontra con il fatto che in Europa il suo unico leader di punta di governo è proprio Sanchez, che peraltro è alle prese con non pochi problemi di politica interna, dalle inchieste giudiziarie (sua moglie, Begona Gomez, è accusata di traffico d’influenze e appropriazione indebita) a scadenze elettorali ampiamente a rischio (la prima, il 17 maggio in Andalusia). Gli unici altri due primi ministri socialisti dei 27 sono la danese Mette Fredrikseen e il maltese Robert Abela. La prima ha appena rivinto le elezioni, senza però avere una maggioranza netta e sta ancora cercando di formare un governo. A Barcellona non c’era, anche perché sull’immigrazione ha fatto politiche restrittive diametralmente opposte a quelle della Spagna, diventando un modello per la destra. Dal Nord Europa, come speranze socialiste erano presenti la svedese Magdalena Andersson e il finlandese, Antti Lindtman. In Svezia si va al voto nel 2026, in Finlandia nel 2027 e per i due leader c’è la possibilità di un buon risultato.

Per quel che riguarda il Vecchio Continente, c’era una certa attesa per Olivier Faurè, segretario del Partito socialista francese, che vive una crisi da anni, ma che è riuscito a mantenere Parigi nelle ultime amministrative. A proposito di crisi, quella dell’Spd tedesca resta conclamata. Mentre a Barcellona c’erano il portoghese Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo e il sindaco di Atene, Haris Doukas, rappresentanti rispettivamente un partito che ha governato per un ventennio e una speranza per il futuro della Grecia.

In questo contesto, è chiaro come sia proprio il Pd la forza politica più attenzionata: si guarda a Elly Schlein come a una possibile futura premier. Non solo: a Strasburgo le delegazioni più forti sono Spagna e Italia. Tra i dem la crisi della socialdemocrazia in Germania è considerata anche l’opportunità di spostare più a sinistra il baricentro del Pse, che poi era uno degli obiettivi del forum di Barcellona. E infatti, i dem si sono presentati in blocco. C’erano il responsabile Esteri, Peppe Provenzano, ma poi Alfredo D’Attorre (responsabile Università in segreteria), gli europarlamentari Nicola Zingaretti, Brando Benifei, Camilla Laureti, i deputati Laura Boldrini e Piero De Luca. E il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. I dem hanno fatto panel e incontri, nel tentativo di costruire relazioni in vista del governo che (forse) sarà.

Martedì la Spagna chiederà formalmente, durante la riunione dei 27 ministri degli Affari esteri dell’UE a Lussemburgo, la rescissione dell’accordo di associazione con Israele, come annunciato da Sanchez: “Un governo che viola il diritto internazionale o i principi dell’UE non può essere un suo partner”. Ago della bilancia è proprio l’Italia, che al momento, però, resta governata da Giorgia Meloni. A proposito di Socialismo reale.

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