‘Fasciste’ noi? Il caso di Ancarani è emblematico del linguaggio ostile che colpisce gli spazi femministi
In un post su Facebook si è chiesto come mai Roberto Saviano sia stato assolto per aver appellato Matteo Salvini “ministro della mala vita” mentre lui è stato condannato, il 15 aprile scorso, per aver dato delle fasciste alle attiviste della Casa delle donne di Ravenna. Alberto Ancarani, consigliere comunale ravennate (Forza Italia) si sente una vittima. Un commento pubblicato sulla sua pagina Fb l’11 ottobre del 2023 gli costerà 3500 euro di risarcimento da pagare alla Casa delle donne più le spese legali.
I fatti sono questi. Tre anni fa, le attiviste avevano ritenuto inopportuna la decisione della Giunta ravennate di esporre la bandiera israeliana sulla facciata del Municipio dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Lo avevano fatto con una riflessione politica argomentata in un documento ufficiale. La replica del consigliere non si era fatta attendere, ma non aveva avuto come contenuto una critica politica, bensì quelle frasi che il tribunale di Ravenna ha ritenuto diffamatorie: “fasciste”, “coacervo di soggetti di sesso femminile” , “a me la Casa delle Donne di Ravenna provoca conati di vomito”.
Non era la prima volta che il consigliere prendeva di mira la Casa delle Donne di Ravenna, al centro delle sue attenzioni fin dal 2014. È uno spazio femminista importante per la città perché promuove la cultura della non violenza, l’autodeterminazione delle donne e la parità di genere attraverso attività culturali. Nel 2018, Alberto Ancarani — che oltre a essere consigliere è anche presidente della Commissione Bilancio e Società Partecipate del Comune di Ravenna — aveva auspicato lo sfratto della Casa delle Donne – “covo di folli frustrate e malmostose” – per sostituirla con un canile. E’ inevitabile domandarsi quale associazione simbolica lo abbia indotto ad accostare le donne, o meglio, le femministe ai cani. La risposta, evidentemente, appartiene a quella stessa cultura misogina che normalizza simili analogie.
Per più di dieci anni le attiviste della Casa delle Donne hanno ignorato la verbosità del consigliere fino a quelle frasi offensive pubblicate nel 2023. In un primo momento gli chiesero di rimuoverle ma senza successo, poi la querela e la costituzione di parte civile con Sonia Lama, avvocata e attivista Udi.
Questa non è solo una polemica degenerata in offese ma un caso emblematico sul linguaggio che colpisce gli spazi femministi e chi li anima. Quando un rappresentante istituzionale attacca un’associazione femminista, non prende di mira un avversario ideologico, ma un luogo che svolge funzioni concrete di sostegno alle donne che vivono situazioni di violenza, vulnerabilità o discriminazione. L’attacco, quindi, si riverbera anche sulle donne che in quei luoghi condividono esperienze e riflessioni sulla violenza di genere.
C’è un altro aspetto che non può essere ignorato: l’uso di parole come “fasciste” o “nazifemministe” viene da tempo scagliato contro le attiviste che denunciano discriminazioni da pagine social riconducibili alla cosiddetta manosfera. La strategia è sempre quella: gli haters manipolano la realtà trasformando la denuncia di disuguaglianze e violenze in una presunta minaccia. In questo modo difendono il privilegio e legittimano il dominio maschile. Sono discorsi antifemministi con i quali si vorrebbero intimidire le attiviste.
Qual è il contesto contesto culturale che produce episodi del genere? Il fatto che un esponente politico si senta autorizzato a usare certi toni, ci svela una interiorizzazione e normalizzazione dell’ostilità nei confronti delle donne, soprattutto quelle che lottano per cambiare i rapporti di potere. Un astio che si alimenta di narrazioni che ridicolizzano il femminismo, lo dipingono come eccessivo o ideologico e lo presentano come una minaccia invece che come una risposta a problemi strutturali.
Non è affatto un caso che lo scorso novembre, Alberto Ancarani insieme a due consiglieri comunali di centro destra, aveva fatto quadrato intorno al vicepresidente di una circoscrizione (poi dimessosi) che avrebbe voluto umiliare le donne durante la manifestazione 25 novembre: “in modo che avessero davvero qualcosa di cui lamentarsi” . La piramide dell’odio indica che le donne sono tra i principali bersagli sui social. Un odio che non può essere sottovalutato.
E tra le donne, le attiviste sono spesso oggetto di minacce, insulti e campagne di “shitstorm” e cyberstalking organizzato. Sono bersagli privilegiati perché mettono in discussione le asimmetrie di potere nelle relazioni, nella famiglia e nelle istituzioni. Proprio per questo generano reazioni anche molto ostili.
Da una prospettiva femminista, questa vicenda non riguarda solo un divergenza di opinioni ma il diritto stesso delle donne di organizzarsi, di avere voce e di definire la propria esperienza senza essere continuamente richiamate al silenzio per occuparsi di “cose da donne” o trasformate in bersagli. Discorsi di questo tipo creano un clima tossico che rende difficile la partecipazione delle attiviste alla vita pubblica.
Si dovrebbe spiegare al consigliere comunale perché il paragone che ha fatto tra le sue parole e quelle di Roberto Saviano è del tutto fuori luogo. Ci provo io.
Caro consigliere e avvocato Alberto Ancarani, lo scrittore Roberto Saviano – recentemente assolto (al contrario di lei) per aver definito Matteo Salvini “ministro della mala vita” – ha criticato un uomo di potere. Da anni, vive sotto scorta per aver sfidato la camorra. Lei, invece, non attacca il potere ma colpisce chi lo subisce e lo mette in discussione. Si scaglia contro attiviste che non hanno armi, né ruoli istituzionali ma possiedono solo la forza della parola e delle loro idee. Donne che hanno molto più coraggio di quanto lei abbia mai avuto.