Salis e Tabacci, un altro prodotto moderato perché tutto cambi e nulla cambi
Forse stiamo esagerando (e io per primo) nel prestare così tanta attenzione a un puro prodotto virtuale del marketing politico, creato mettendo al lavoro ogni strumento disponibile per la simulazione della realtà, da Photoshop all’impiego delle neuroscienze e delle tecnologie computazionali; quale l’ologramma che ora si auto-candida a governare l’Italia chiamato Silvia Salis. Semmai, che sia lei a esprimere e illustrare nell’agire pratico le competenze di cui dispone, che rendano accettabile la pretesa di saper affrontare e risolvere i problemi complessi di un Paese che sta affondando, in una transizione sistemica di cui non sono chiari i possibili sbocchi.
Forse l’unica riflessione che ci può fornire indicazioni attendibili è quella relativa alle ragioni che spingono una parte consistente della pubblica opinione a ritenere che tale imperscrutabile figura rappresenti una risposta convincente a una richiesta politica giudicata prioritaria. In sostanza, la domanda formulata dalla vestale del luogo comune Lilli Gruber in una delle più recenti trasmissioni di Otto e Mezzo su La7. Quando con aria smarrita e bisognosa di conferme si rivolse ai suoi ospiti chiedendo “ma in questo momento non ci vorrebbe un premier moderato?”.
Ecco, così dicendo la conduttrice esprimeva un’opinione diffusa, conculcata da una lunga e profonda opera di manipolazione delle menti come induzione di bisogni a scopo di controllo sociale. L’idea di politica come gestione immobile di una società, sopendo e troncando ogni spinta che possa minacciare l’ordine vigente e gli equilibri dominanti. Un’educazione alla lotofagia per espellere ogni atteggiamento critico e la conseguente attitudine a scegliere, collocata nel non-luogo chiamato “centro” come apoteosi delle mezze misure su cui si basò il quarantennio dell’egemonia democristiana. La cui retorica centrista/moderata venne ripresa da Silvio Berlusconi per mimetizzare scelte e interessi quali esatto contrario della moderazione e dell’equilibrio. Mentre veniva smontato il sistema di regole e garanzie che avevano improntato la civiltà democratica dell’Occidente, prima e dopo il secondo conflitto mondiale; come New Deal e Welfare State. Conquiste preziose gradatamente sbaraccate, mentre il ceto politico giocava sempre di più una partita di potere in proprio, anestetizzando la vigilanza sociale e marginalizzando qualsivoglia volontà partecipativa (in regimi partitocratici che andavano reggendosi proprio spingendo larghi strati del corpo sociale all’estraneazione, al disinteresse verso l’interesse collettivo; inducendo l’assenteismo elettorale che riduce la costruzione degli organigrammi pubblici a una partita determinata dal voto delle rispettive reti di follower).
Dunque la cancellazione di un’idea di politica e di democrazia come discorso pubblico coinvolgente sui temi prioritari del consorzio civile che richiedono scelte coraggiose. Ossia un personale di rappresentanza con il carattere combattivo e la capacità di mobilitare energie come – ad esempio – il premier spagnolo Pedro Sanchez. Non gattemorte, gestori di problemi da tenere in stand-by fino a farli marcire. Soprattutto leadership visionarie nel senso nobile della parola: capaci di innovazione strategica orientata al cambiamento. L’opposto del modello di un politico sedicente moderato, dunque inconcludente, che si è incarnato nei Paolo Gentiloni, gli Enrico Letta, i Mario Draghi.
I furbacchioni della Terza Via, specializzati nel turlupinare l’elettorato progressista con un lessico di sinistra ma con le priorità della conservazione. La specialità dei Matteo Renzi, che insieme ai Malagò e gli altri poltronisti di questo ceto politico hanno assemblato l’avatar Salis per ricavare un vettore glamour da cavalcare nella loro instancabile occupazione del potere. Da sperimentati gattopardi. Operazione che ha sempre avuto bisogno di fiduciari rassicuranti per tenere a bada il dissenso e spegnere eventuali prese di coscienza popolare di questa truffa permanente ai danni del popolo. Tipi rassicuranti come il titolare del marchio “Centro Democratico”: il democristiano a vita Bruno Tabacci, nelle peregrinazioni tra le varie sigle del classico prodotto bancofiore re-imbottigliato con etichette sempre nuove. Oggi affiancati da esponenti della sinistra alla moda alla Silvia Salis, che coltivano progressismo promuovendo diritti civili cari ai ceti benestanti quanto sordi a quelli politici e sociali da ceto medio proletarizzato.
Questo è il prodotto per intercettare chi è convinto che il massimo della politica è il quieta non movere et mota quietare. Senza pericolose velleità di cambiare le cose.
Il prodotto che potremmo marchiare “Salis e Tabacci”.