Con la guerra in Iran persi 500 milioni di barili di petrolio per un valore di 50 miliardi di dollari
Oltre 500 milioni di barili di petrolio e derivati sottratti al mercato in meno di due mesi, per un controvalore di circa 50 miliardi di dollari. È il bilancio della crisi innescata dal conflitto con l’Iran avviato 50 giorni fa da Usa e Israele, secondo stime di Reuters su dati Kpler. Per gli analisti si tratta della più grave interruzione dell’offerta energetica nella storia recente, destinata a produrre effetti per mesi se non anni.
Il cuore della crisi è nei Paesi del Golfo: a marzo la produzione è crollata di circa 8 milioni di barili al giorno, un livello paragonabile alla produzione combinata di due colossi come Exxon Mobil e Chevron. Ancora più drastico il crollo dei flussi, con le esportazioni di carburante per aerei dai principali produttori della regione precipitate da 19,6 a 4,1 milioni di barili tra febbraio e marzo-aprile. Nonostante il petrolio si sia mantenuto attorno ai 100 dollari al barile, l’effetto combinato di prezzi elevati e volumi ridotti si traduce in una perdita netta stimata in circa 50 miliardi di dollari, un ordine di grandezza equivalente all’1% del Pil tedesco o all’intero Pil di economie più piccole come Estonia o Lettonia.
La portata dello choc è sistemica. I volumi mancanti equivalgono, secondo le elaborazioni di Wood Mackenzie, a quasi un mese di fabbisogno degli Usa e più di un mese di domanda europea. O al blocco completo degli spostamenti di qualsiasi veicolo su strada per 11 giorni e alla riduzione della domanda di trasporto aereo a livello globale per 10 settimane, come ha spiegato l’analista Iain Mowat.
Il sistema globale sta per ora assorbendo la crisi attingendo alle scorte, con circa 45 milioni di barili di greggio onshore già consumati dall’inizio di aprile, mentre le interruzioni produttive hanno raggiunto circa 12 milioni di barili al giorno dalla fine di marzo. Secondo gli analisti il ritorno alla normalità sarà lento: i giacimenti di greggio più pesante in Kuwait e Iraq potrebbero richiedere dai quattro ai cinque mesi per tornare a regime, mentre i danni alle infrastrutture energetiche, in particolare nel comparto della raffinazione e del GNL in Qatar, potrebbero richiedere anni per essere riparati.
Anche una vera riapertura dello Stretto di Hormuz non sarebbe insomma sufficiente a riportare il mercato in equilibrio. Le conseguenze del conflitto peseranno per molto tempo sui prezzi energetici globali, sui costi industriali e, in ultima analisi, sull’inflazione.