Concordato preventivo, la maggioranza legalizza la modica quantità di evasione per le partite Iva che sono probabili evasori fiscali
Passa con l’ennesima fiducia, al Senato, il decreto fiscale varato dal governo al fine marzo. E il passaggio parlamentare – ora manca la Camera – porta con sé l’ennesimo regalo alle partite Iva, la categoria con la propensione all’evasione di gran lunga più alta tra i contribuenti italiani, per tentare di convincerle a pagare (poco) di più all’erario aderendo al concordato preventivo biennale. Cioè lo strumento varato nel 2024 dal governo Meloni in base al quale gli autonomi possono siglare con l’Agenzia delle Entrate un accordo sul reddito da dichiarare e le tasse da versare per un biennio. Stavolta, il regalo è però riservato strettamente a quelli con un Indice di affidabilità fiscale inferiore alla sufficienza, cioè probabili evasori: la commissione Finanze ha infatti approvato un emendamento di Fratelli d’Italia in base alla quale il fisco, nel mettere a punto la proposta di reddito su cui dovranno pagare le tasse, dovrà rispettare un tetto massimo. Non oltre il 130% del reddito dichiarato l’anno precedente per chi ha un voto superiore a 6 ma inferiore a 8, 135% se il livello di affidabilità è addirittura sotto il 6 (in questo caso si tratta di soggetti che vengono inseriti nelle liste di quelli da sottoporre a controlli mirati perché è ritenuto altamente verosimile che sottraggano una parte dei loro introiti al fisco).
Per capire cosa può significare in concreto, conviene partire dagli ultimi dati sui redditi dichiarati dalle partite Iva soggette agli indici Isa: quelle con “pagelle” sotto l’8 erano nel 2023 il 55%, con picchi del 77% tra i gestori di locali notturni, 70% per le panetterie, 69,5% per le pelliccerie, 68% per le attività di intermediazione e consulenza finanziaria e assicurativa. E avevano redditi medi “ufficiali” di 24.900 euro, contro gli 84.800 di quelle di chi ha preso almeno 8 (soglia superata la quale si è considerati affidabili e si ha quindi ha diritto a una serie di benefici). La differenza è del 70%. Ecco: da ora in poi quei contribuenti che dichiarano il 70% in meno rispetto a quelli virtuosi potranno far pace con le Entrate accettando di pagare le tasse, peraltro con lo sconto, su una cifra maggiorata solo del 30-35% rispetto a quei 24.900 euro medi. La richiesta sarà insomma decisamente inferiore a quella restituita dal software con cui l’Agenzia, in base alla metodologia appena aggiornata da un decreto ministeriale del viceministro Maurizio Leo, è tenuta a elaborare la proposta. Il risultato è un via libera di fatto a una modica quantità di evasione consentita.
Se si pensa che stando all’ultima Relazione sull’evasione gli autonomi sottraggono al fisco quasi 40 miliardi di euro l’anno pari a una propensione al gap del 60%, quello che il governo sta accettando di pagare è un prezzo altissimo. Anche perché la scommessa persa di far diventare via via affidabili gli evasori a forza di regali finora è stata persa. Il primo biennio si è chiuso con sole 460mila adesioni su 2,2 milioni di contribuenti Isa. Nonostante il generoso “ravvedimento speciale”, una maxi sanatoria che ha consentito di mettersi in regola con lo sconto per il nero fatto in passato, la “tassazione sostitutiva opzionale” (un’ennesima flat tax variabile tra il 10 e il 15%) sulla differenza tra il reddito dichiarato l’anno prima e quello concordato con il fisco e la riduzione del 50% del reddito aggiuntivo su cui si calcolano le tasse nel primo anno. Mentre i lavoratori dipendenti, insieme ai pensionati, continuano ad essere soggetti alle normali e ben più alte aliquote Irpef, finendo per versare l’85% dell’imposta complessiva.