David Cronenberg è uno dei rari registi che riesce a rendere personale e affascinante l’inquadratura classica e anonima di un’auto che arriva in un determinato luogo. Un raccordo sostanzialmente inutile che nel cinema italiano, a esempio, diventa spesso una pietra al collo. Invece in The Shrouds, l’inquadratura unica da quindici venti secondi di un automobile (qui una Tesla molto amata, altro che scandalo) che giunge lentamente in un luogo, Cronenberg sa ammantarla, anche grazie ai lapilli di score dark di Howard Shore, di un sinistro sapore conturbante.
Così come la Tesla che si parcheggia poteva arrivare da una strada secondaria di History of violence, la contiguità spaziale, stilistica, concettuale di The Shrouds rispetto ad altri titoli cronenberghiani (eXistenz e Crash, quelli più evidenti) è quasi imbarazzante. Karsh (Vincent Cassel pettinato e truccato come fosse un sosia di Cronenberg) è un ricco, vedovo e raffinato industriale proprietario di un attico vista Toronto centro e un ristorante tiratissimo vista cimitero. Il camposanto ateo di Karsh è composto da lapidi sottili dotate di schermi digitali che mostrano il funzionamento di un’altra sua invenzione: GraveTech.
Una tecnologia rivoluzionaria, e contestata, che permette di osservare in 3D dalla lapide, o da una app, il corpo dei propri defunti sepolti in lenta decomposizione grazie a dei particolari sudari (gli shrouds del titolo) nei quali sono stati avvolti. Tutto è nato in quanto Karsh dice di provare un impulso viscerale verso il corpo di Becca (Diane Kruger), la moglie morta. Tra una frecciata alla Sindone fake, la vicinanza molto fisica della sorella di Becca (sempre la Kruger) toelettatrice di cani particolari, il rapporto con la propria ammiccante avatar in AI (con la voce sempre della Kruger), nuove richieste di apertura di cimiteri in Europa e nuovi “clienti”, Karsh dovrà fronteggiare gli effetti di violenti atti vandalici nel proprio cimitero e quello che si profila un hackeraggio dei propri dispositivi digitali.
Sarà colpa di fantomatici hacker russi, di ecologisti antitecnologici islandesi o della gelosia del fratello/cognato Maury (Guy Pearce), uno smanettone digitale che non riesce a risolvere alcun bug di sistema? Ispirato dalla reale perdita della propria moglie sette anni fa Cronenberg suddivide The Shrouds in tre parti: la prima immersa in un’atmosfera tesa, algida, misteriosamente esplorativa rispetto all’innovazione tecnologica in scena, sfiorando le corde di un’intima emotività del protagonista; quella centrale dove si prende lo spazio largo di una sospensione di senso, imbevuta di sensorialità fisica evidente, tattile, insinuante, tra corpi fragili, monchi, ricuciti, e una carnalità organica e vitale; fino ad una conclusione che più che un’ “auto parodia” (come scrive Variety) sa sviluppare una curiosa autoironia (peraltro presente in maniera diffusa in tutti i film del nostro) rispetto alle peculiarità tipiche del cinema cronenberghiano.
The Shrouds sembra essere una summa del linguaggio plastico, della lungimiranza tecnologica, della poetica sulla trasformazione e sdoppiamento dei corpi che l’82enne regista canadese ricalibra continuamente ed ossessivamente da oltre cinquant’anni. Spassoso il cameo di Viggo Mortensen. Sublimi le parole del regista quando gli si fa notare di questo funereo espediente di un aldilà avveniristico e desacralizzato: “È molto interessante, perché spesso guardo i film per vedere persone morte. Voglio rivederle, voglio ascoltarle di nuovo. E quindi, in un certo senso, il cinema è una sorta di macchina avvolta dal sudario, una macchina post-morte. In un certo senso, il cinema è un cimitero”. Insomma quel Karsh siamo noi e non ci sono storie.