Chi vi è dentro è totalmente assorbito dal vortice e tende a perdere i contatti con la realtà. Chi sta fuori, invece, osserva gli altri con incanto e un certo senso di straniamento, subendo la fascinazione di quel mondo che gli è precluso pur senza comprenderlo veramente. Si dice che la moda sia come una bolla sospesa sopra la realtà: è un cliché, ma assolutamente corrispondente al vero. Soprattutto poi durante le Fashion Week. Come vuole la tradizione, le sfilate di Chanel e Louis Vuitton hanno chiuso anche quest’edizione della Settimana della Moda di Parigi, la più antica ed esclusiva del sistema: così come la carrozza di Cenerentola si trasforma improvvisamente in zucca allo scoccare della mezzanotte, così allo stesso modo anche la bolla dorata delle sfilate si dissolve in “puff” dopo l’ultimo défilé del martedì. E ogni volta, tornata a casa dopo i giorni della fashion week parigina, mi sento proprio come Cenerentola dopo la sera del ballo, incerta se quanto vissuto sia stato tutto un bellissimo sogno oppure la realtà. Quando si è nella bolla, infatti, è tutta una corsa tra una parte all’altra della città, tra abiti, presentazioni, storie, incontri, colazioni e narrazioni; che all’esterno appaiono filtrati da quel potentissimo medium che sono i social, dove tutto diventa patinato. Cene a luci soffuse, di champagne e corridoi d’hotel, di vestiti, feste e fantasie. E proprio grazie (o meglio, a causa) di queste immagini viste sui social, decine di ragazzi si appostano giorno e notte davanti agli ingressi degli hotel di lusso, dal leggendario Ritz di Place Vendome al Costes, passando per il Mandarin Oriental, il Lutetia e il Park Hyatt, nella speranza di incrociare qualche vip o più realisticamente un influencer vagamente conosciuto. C’è chi addirittura si veste di tutto punto, accodandosi alla tendenza del momento, per il servizio fotografico fai-da-te che il malcapitato accompagnatore dovrà realizzare nell’attesa dell’arrivo della vera star.

È così che il mondo della moda si carica di quell’allure di esclusività che, dagli anni Sessanta ad oggi, ne ha fatto un mito. Soprattutto a Parigi, città mitologica per eccellenza, fonte inesauribile di estro artistico, calamita di talenti e centro aggregatore di ogni élite. Dove tutto è al contempo spontaneo e per privilegiati. Qui la moda affonda le sue radici, ogni palazzo, café o boutique, ha intrecciato la sua storia a quella di qualche stilista. E per questo tutto è “di più”: più snob, più eccentrico, più sofisticato, ma soprattutto più grande. Le sfilate sono vere e proprie produzioni teatrali, dei kolossal ricordati negli anni con enfasi da chi ha avuto la fortuna di parteciparvi. E se negli ultimi due anni la pandemia di Covid aveva costretto anche i brand della Ville Lumiere alla morigeratezza, ecco che con le presentazioni delle collezioni per la Primavera/Estate 2023 sono tornati a dare il meglio di sé. A costo di far passare in secondo piano la sostanza dei capi rispetto all’apparenza. Emblematico, in tal senso, è il caso di Balenciaga, che la vulgata ha subito etichettato come la “sfilata del fango”. Una semplificazione che fa sorridere – o piuttosto inorridire – gli snobbissimi addetti ai lavori. “La moda è un’arte visiva e tutto ciò di cui abbiamo bisogno è che sia vista attraverso gli occhi di qualcuno”, ha detto il direttore creativo Demna Gvasalia presentando il suo lavoro e annunciando di non spiegare più le sue collezioni. La moda nel migliore dei casi non dovrebbe aver bisogno di una storia per essere venduta a qualcuno. O ti piace o no”. Eppure, i fatti contrastano con le sue parole: nelle sue creazioni, infatti, c’è tanto concetto. Soprattutto da che è scoppiata la guerra in Ucraina, circostanza che ha fatto riaffiorare alla memoria del designer i traumi vissuti nell’infanzia, durante i combattimenti in Cecenia. Nella scelta di far sfilare i suoi modelli in una buca di fango, frutto delle piogge che hanno sferzato la capitale francese nei giorni scorsi, è incastonato infatti un potente messaggio politico: quella buca è una trincea, quel fango è lo stesso in cui strisciano i soldati al fronte, e gli abiti che saranno acquistati a cifre da capogiro da ricchi perlopiù sfaccendati, assumono dignità nel momento in cui si sporcano di vita. Perché se la moda è reale, allora si trova anch’essa sull’orlo del baratro di una catastrofe senza ritorno. Quel fango è proprio l’orrore che rifuggiamo, da cui siamo soliti distogliere lo sguardo proprio come quando passiamo accanto ad un clochard accampato accanto a una vetrina di lusso. Demna ci costringe invece a fronteggiarlo radicalmente, perché se è vero che la moda è ovunque, allora non può fare a meno di sporcarsi con le cose del mondo.

Uno scenario apocalittico completamente in antitesi con la leziosità dell’imponente struttura fatta costruire dal direttore creativo Nicolas Ghesquière nella Cour Carrée del Louvre per la sfilata di Louis Vuitton, realizzata in collaborazione con l’artista Philippe Parreno. Una sorta di tendone che all’apparenza ricorda quelli del circo ma che in realtà rievoca un mega fiore bordeaux, per un’effimera suggestione fiabesca assolutamente di grande impatto. L’opera è l’emblema dello studio sulle proporzioni fatto dallo stilista, che nella pratica creativa ha lavorato sui rapporti in scala, scomponendo e ricostruendo le silhouette. Il risultato è il suo personalissimo punto di vista, secondo cui l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo diventano intercambiabili e alimentano una femminilità classicheggiante. Riflessioni simili a quelle che da tempo attanagliano Jonathan Anderson che, collezione dopo collezione, si concede con Loewe la libertà assoluta di andare sempre un pochino oltre le colonne d’Ercole della forma di un abito. E, anche nel suo caso, il fil Rouge della collezione Primavera/Estate 2023 è proprio il fiore, quello rosso d’anturio per la precisione, “un prodotto della natura” che per lo stilista “sembra essere un oggetto di design”. Al punto che il suo studio lo porta a fondere l’analisi della tridimensionalità del fiore con quella degli abiti e dei corpi su cui si poggiano, in un concettualismo assoluto che, però, riempie di clienti entusiasti la sua boutique di Rue Saint-Honoré.

Guarda alla natura, al suo senso di libertà e ai grandi spazi aperti anche Hermès. Il brand del lusso francese più esclusivo per eccellenza ha regalato al suo selezionatissimo pubblico un’esperienza immersiva nell’esclusiva sala del Tennis Club de Paris, trasformata per l’occasione in un deserto grazie a un tappeto di seta color sabbia e ad una grande duna centrale dai colori cangianti e soffusi come in un’alba in California. Lo spettatore si è trovato come catapultato in un’oasi mirabolante, in un bivacco improvvisato da cui, dopo il riposo della donne, si risveglia assieme alla natura e si muove verso la pienezza d’animo. E così, ecco che i materiali tecnici delle tende diventano il tessuto d’elezione di pantaloni, shorts e blouson allacciati in vita con una corda. Anche gli abiti sembrano derivare da reti, alcuni ricordano su tutta la loro lunghezza il fluttuare di una bandiera, che sventola libera a ritmo di danza; il tutto nella palette della Terra, che poi è da sempre quella che caratterizza Hermés. Di Valentino, e della grandiosa sfilata di Pierpaolo Piccioli incentrata sull’inclusività del processo di moda, vi ho invece già parlato qui.

Dulcis in fundo, volete mettere un lunedì mattina con Paul McCartney seduto in prima fila ad applaudire la figlia ed elargire sorrisi? Ma non è solo per questo che la sfilata di Stella McCartney P/E 23 entrerà negli annali. La stilista, da sempre paladina di una moda cruel free e animal friendly, ha segnato infatti il record di sostenibilità, con l’87% della sua collezione completamente ecosostenibile. Non solo, il brand è anche il primo del settore lusso a realizzare e portare in passerella un capo realizzato con cotone rigenerato. Un’attenzione all’ambiente più che mai importante al giorno d’oggi e rimarcata anche con la scelta di sfilare all’aria aperta, nonostante il clima parigino già pungente in ottobre: la stilista ha infatti allestito il suo show ad alto tasso di design all’esterno del Centre Pompidou, nella piazza del Beabourg, con un setting minimale caratterizzato da tappeti colorati che segnavano il percorso delle modelle, opera dell’artista giapponese Yoshitomo Nara dal titolo “Change the History”. La coerenza di Stella McCartney è esemplare e la sua purezza d’intenti si riflette nei capi che disegna, dove la commistione tra alta sartoria e attitudine sporty-chic si traduce in tessuti morbidi, total look jeans, abiti cut-out e top fluidi su gonne asimmetriche; e ancora, vestiti in pizzo lingerie impreziositi da cristalli diamanté che spuntano misteriosamente da sotto le giacche. Un grande lavoro, e impegno, il suo, apprezzato in primis dal padre Paul, che al termine della sfilata è corso nel backstage ad abbracciarla e congratularsi. Che emozione!

Articolo Precedente

Valentino Unboxing, dopo “l’invasione rosa shocking” poteva Pierpaolo Piccioli superare se stesso? Sì: il racconto della sfilata parigina

next
Articolo Successivo

Morto Franco Lerario, addio al maestro di moda che con la sua sua sartoria artigianale di Martina Franca ha vestito i divi di Hollywood

next