La cifra del successo di Pierpaolo Piccioli è oggettivamente quantificabile nella marea fucsia che sta colorando le nostre città: dagli influencer, ai vip fino ai ragazzini finanche i professionisti, tutti indossano qualcosa di rosa shocking. Che sia l’unico e originale Pink PP brevettato dal direttore creativo di Maison Valentino o, più realisticamente, una sua copia, poco importa. Quel che davvero conta è che ha fatto davvero tendenza: dall’Europa all’Asia alle Americhe, da Instagram a TikTok, questo è il colore del momento, amato e sfoggiato trasversalmente con fare quasi liberatorio. La collezione Valentino Pink PP è già sold out e i brand di fast fashion si sono affrettati ad imitarla, dalle giacche alle borse finanche le scarpe dal plateau vertiginoso. Ecco, dopo una collezione così “pop” e preponderante, non era facile per Piccioli superare se stesso. E invece c’è riuscito, disegnando una Primavera/Estate 2023 completamente in antitesi. Se con la Pink PP ha infatti unito la community di Valentino nel mondo sotto un colore divenuto il simbolo di appartenenza collettiva ad un certo universo valoriale, ecco che ora ha lavorato, al contrario, per disgregazione, andando a pensare ad ogni singolo individuo in quanto tale. Come un moderno Prometeo della moda, Piccioli ha scoperchiato il vaso di Pandora, liberando silhouette, corpi, proporzioni, geometrie e forme per farne capi individuali. Unboxing, questo il nome della nuova collezione Primavera/Estate 23 presentata domenica 2 ottobre alla Fashion Week di Parigi, è un guardaroba vario dove il colore non unisce ma personalizza, dove i tagli sono studiati per rendere gli abiti un tutt’uno con il corpo che li indossa e dove sono i tessuti ad adattarsi alle forme fisiche e non viceversa. Sono vestiti “che danno forza e consapevolezza alle donne e agli uomini per quello che sono” e per questo, con la loro varietà, ci restituiscono l’immagine della realtà attuale. “Quando apri qualcosa hai una percezione personale di ciò che c’è dentro”, spiega lo stilista che ha voluto concretizzare quest’immagine consegnando non solo una scatola come invito al défilé ma ricreandone le suggestioni anche all’interno del Carreu du Temple, la location scelta per le sue sfilate.

Al ritmo della colonna sonora creata dalla cantautrice Erykah Badu, fresca vincitrice di un Grammy, le modelle si muovevano all’interno di uno spazio costruito proprio come una grande scatola nera per poi uscire, nel gran finale, fuori, dove le attendeva una folla in delirio sotto la pioggia battente, pronta ad acclamare con cori quasi da stadio il direttore creativo e tutta Valentino. Il colpo d’occhio, nell’immagine che consegna alla storia questa collezione, è multiforme e per questo concretissimo. Dalla “sciura” all’influencer (sì, sempre loro), dagli accessori ai capi logati, chiunque guardando questa sfilata ha trovato qualcosa di “suo”. Nella diversità delle suggestioni sta questa volta la vera inclusività di Valentino: “Oggi deve essere scontato che ci sia inclusione, è tempo che la moda passi dalle parole ai fatti. Ho voluto mettere l’inclusività al centro del processo di fare moda così che ‘esclusivo’ diventasse il modo di indicare qualcosa di unico, pensato per ciascuno”, racconta Piccioli presentando il suo lavoro ai giornalisti nell’atelier di Place Vendome. E per fare ciò è partito dall’haute couture, quell’alta moda che lavora su pezzi unici, traslandone il modus operandi nel ready to wear. Ecco quindi che il linguaggio della couture si traduce nell’alfabeto del prêt-à-porter: i bustier si evolvono in body di lycra, gli abiti in felpe. La complessità viene risolta nella forma e nei volumi costruiti con la stessa radicalità nei tagli e nell’uso del colore usata da Lucio Fontana nei suoi quadri, costante ispirazione per il designer.

Ecco quindi che la scelta del monocolore qui non è più istituzione di una tendenza ma è funzionale allo scoprire altre particolarità. “Il monocromatico – sostiene Piccioli – è la manifestazione subconscia dei sentimenti, che rendono più visibili altri livelli. Quando ottieni un’immagine di un colore, sei invitato a fare uno sforzo per catturare altri dettagli e livelli. Si superano le superfici per percepire i dettagli, la profondità dell’identità”. Ecco quindi che in pedana non troviamo più il Pink PP ma tutte le sfumature della pelle, dal rosa nude finanche ai marroni, poi nero, verde, giallo e tanto rosso, quel rosso cifra di Valentino che dalla sua istituzione fa da fil rouge nella storia delle collezioni della Maison. In pedana dunque, salgono creazioni che sono così intrinsecamente connesse all’haute couture da costituire un pret-à-porter che è esso stesso alta moda. Di quella bellezza che arriva dritta al cuore, la chiccheria delle sagome asciutte, leggerezza e fluidità. È un’ode al romanticismo dei codici Valentino che si compie anche attraverso abiti di chiffon con esclusive plissettatture e cappe couture che lasciano il red carpet per andare alla conquista della città. La purezza delle linee è sintesi, è l’approdo ultimo a cui è giunto il processo creativo di Piccioli. Mosso da intenti di sottrazione, ha applicato una sorta di reset totale. È l’apoteosi del massimalismo che proprio per questo si fa minimalismo concettuale. Perché Piccioli è così libero dai cliché da potersi permettere di mettere sullo stesso piano l’essenzialità della seta e il barocco di paillettes e piume.

Articolo Precedente

Giorgia Meloni, da ragazza di borgata a premier: i look della leader di Fratelli d’Italia. Parla il suo hair stylist

next
Articolo Successivo

Parigi Fashion Week, da Balenciaga che sfila nel fango al gigantesco fiore di Louis Vuitton: cosa abbiamo visto e cosa ci è piaciuto

next